L’arresto di Lino Pagliuca durante l’operazione “Penelope” del giugno 2010

POZZUOLI – Procolo Pagliuca, detto “Lino”, si è pentito. Il 35enne ras del Rione Toiano dopo 12 anni ininterrotti di carcere ha deciso di collaborare con la giustizia. Attualmente è detenuto nel carcere di Rebibbia in regime di 41 bis dove sta scontando una pena di 17 anni e 4 mesi per camorra ed è accusato, insieme ad Antonio Luongo detto “Tonino ‘o pazzo”, di essere uno dei killer che nel 2008 uccisero Gennaro Perillo nei giardinetti del Rione Toiano. Le voci relative a un pentimento di Pagliuca stavano circolando con insistenza da giorni, in particolare a Toiano dove i familiari più stretti hanno lasciato le proprie abitazioni per aderire al programma di protezione a loro riservato. Per lui, invece, è iniziato l’iter che prevede la valutazione da parte dei magistrati e un periodo di 180 giorni durante i quali i nuovi collaboratori di giustizia sono chiamati a raccontare tutto ciò di cui sono a conoscenza.

L’arresto di Salvatore Pagliuca

IL CLAN PAGLIUCA – Lino Pagliuca fu destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nel giugno del 2010 insieme ad altre 83 persone durante la maxi operazione “Penelope”. In cella finirono anche il padre Salvatore detto ‘o biondo (che sta scontando la stessa pena al carcere duro), la madre Partorina Arcone (condannata a 14 anni e 8 mesi), il fratello Mario attualmente sorvegliato speciale, la sorella Cinzia, la moglie Francesca Mastantuoni e il cognato Salvatore Baldino. I Pagliuca furono protagonisti della faida tra i Longobardi e i Beneduce, tra il 2006 e il 2010, durante uno dei tanti momenti di rottura tra i boss Gaetano Beneduce e Gennaro Longobardi.

L’arresto di Partorina Arcone

L’ALLEANZA CON I SARNO – E proprio in quel periodo che la famiglia Pagliuca, in primis Lino e il padre Salvatore, portò avanti l’alleanza con il clan Sarno di Ponticelli in virtù di un accordo stretto in carcere tra i capoclan Gennaro Longobardi e Luciano Sarno: in cambio della gestione dei traffici di droga e delle estorsioni ai danni dei commercianti puteolani, i Sarno fornirono ai Pagliuca-Longobardi armi e uomini nella guerra contro i Beneduce. In questo scenario che si inseriscono gli omicidi di tre uomini di Gaetano Beneduce: Gennaro Perillo, storico esponente del clan, ucciso nel febbraio del 2008; e Michele Iacuaniello e Gennaro Di Bonito, ammazzati nel 26 giugno dello stesso anno sulla Variante tra Monterusciello e Quarto a colpi di mitragliatrice (per questo omicidio sono stati condannati all’ergastolo in qualità di mandanti Salvatore Pagliuca e Antonio Bevilaqua, quest’ultimo luogotenente dei Sarno, mentre Tonino Luongo è accusato di essere uno dei killer). Le “confessioni” di Pagliuca potrebbero aprire nuovi scenari e fare luce su due fatti di sangue ancora irrisolti avvenuti in quegli anni: quello che riguarda Carmine Campana, ucciso dai sicari nel maggio del 2010 a Licola; e l’omicidio di Giuseppe Minopoli, la guardia giurata uccisa il 6 settembre del 2008 a Monterusciello nel tentativo di sventare una rapina.

L’OMICIDIO MINOPOLI – Un giallo, quest’ultimo, che va avanti da 12 anni. Minopoli quel sabato sera si trovava all’interno del locale quando vide entrare due uomini armati: tentò di bloccarli, ma fu ucciso. Da quel giorno le indagini non sono state ancora chiuse e gli autori di quell’omicidio non sono stati ancora individuati. Di nomi, nel corso degli anni, se ne sono fatti, tutti riconducibili a 2-3 personaggi da sempre legati ai Longobardi-Beneduce e che proprio Pagliuca potrebbe conoscere. Quell’assassinio, infatti, fu oggetto di un summit proprio all’interno del garage dei Pagliuca, al Rione Toiano: lo sostengono alcuni pentiti tra cui Francesco De Felice che durante un interrogatorio del gennaio del 2009, pochi mesi dopo quel tragico episodio di sangue, riferì ai magistrati dell’Antimafia: «All’epoca ero ancora detenuto e quindi conosco i fatti solo per sentito dire – riferì il pentito, indicando poi il nome di due storici affiliati al clan, uno dei quali come autore materiale dell’omicidio – Ho sentito parlare di questa vicenda allorquando sono stato scarcerato, mentre mi trovavo nel garage del Pagliuca (Salvatore Pagiuca, detto Totore ‘o biondo, ndr) dove ci riunivamo a chiacchierare. Dopo l’uccisione della guardia giurata, l’attenzione delle forze dell’ordine si era particolarmente concentrata su Pozzuoli. Avevamo pensato di ammazzarlo di sera, in occasione dell’ingresso dello stesso nel carcere di Secondigliano, dove egli rientrava la sera, appunto, perché in regime di semilibertà. Sennonché, dopo aver escogitato questo piano, i Lo Russo non ci dettero la necessaria approvazione, in quanto in buoni rapporti con il Beneduce».