di Alessandro Napolitano

L'arresto dell'ex terrorista dei Nar Massimo Carminati
L’arresto dell’ex terrorista dei Nar Massimo Carminati

QUARTO – Da Roma a Napoli per rifornirsi di armi. E’ quanto emerge dall’inchiesta “Mafia Capitale”, indagine che ogni giorno sta scoperchiando un mondo criminale con legami con la politica. Ma anche con clan malavitosi “nostrani”, come appunto quello capeggiato dal boss Giuseppe Polverino. In particolare, dagli atti dell’inchiesta riguardanti l’uso delle armi da parte di alcuni dei coinvolti, spuntano nomi di affiliati storici al clan che da anni opera tra Quarto e Marano. Sono quelli dei fratelli Stefano e Domenico Verde, all’epoca con stretti contatti con la mala di Secondigliano.

I LEGAMI – Il 9 maggio del 2012 il collaboratore di giustizia Roberto Grilli ha raccontato ai magistrati che uno dei personaggi dell’estrema destra romana, Paolo Pompeo, si sarebbe dovuto recare a Napoli per acquistare una mitraglietta e due pistole automatiche. «Può essere avvenuto tra ottobre, ottobre 2010 e gennaio-febbraio 2011», ha spiegato il pentito, aggiungendo: «Mi disse: “sto andando giù a Napoli”, da qualche famiglia perché, a suo dire, era agganciato con qualche famiglia napoletana, questo Pompeo, gli serviva una mitraglietta e un altro paio di cose che qui a Roma non c’erano». Per i magistrati titolari dell’inchiesta sui fatti di Roma i contatti tra Pompeo e la malavita organizzata di Napoli emergerebbero grazie al procedimento penale nell’ambito dell’inchiesta “Arco” del 2001 svolta dalle Sezioni Anticrimine di Roma e Napoli. Che a sua volta traeva origine da un procedimento del 1998 riguardante «una organizzazione criminale di stampo camorristico dedita al traffico di sostanze stupefacenti. Le investigazioni venivano incentrate su alcuni appartenenti al clan capeggiato dai fratelli Verde Domenico, Verde Nicola e Verde Stefano, operante nelle zone di Marano di Napoli, Giugliano in Campania e Quarto Flegreo, e portavano all’individuazione di una organizzazione dedita al traffico di stupefacenti ed al sequestro di ingenti quantitativi di droga (indagine “Ariete”). In tale contesto, emergeva, tra l’altro, una serie di collegamenti tra i fratelli Verde ed alcuni elementi di spicco del clan Prestieri, operante in Napoli nella zona di Rione Scampia e capeggiato da Prestieri Tommaso, ed in particolare Petrozzi Salvatore, Montanino Fulvio e Piscopo Maria, tutti affiliati al “Gruppo di Secondigliano”, una delle principali alleanze nell’attuale geografia camorristica napoletana».

PENE DA SCONTARE – Dunque spunta anche il clan Polverino nell’inchiesta romana. I fratelli Verde, infatti, sarebbero poi stati condannati assieme ad altri imputati, tra i quali  lo stesso Giuseppe Polverino, condannato in appello grado a 17 anni di carcere dopo averne rimediati 20 in primo grado. Stefano Verde sta scontando una pena a 12 anni, mentre per il fratello Domenico – collaboratore di giustizia – la pena da scontare è a 6 anni.