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POZZUOLI – Fratelli, genitori, cugini. Negli anni gli affiliati al clan Longobardi-Beneduce hanno subito una serie impressionante di vendette trasversali, ma nonostante il sangue a fiumi, gli stessi personaggi sono rimasti all’interno dell’organizzazione, persino al fianco di coloro che avevano premuto il grilletto. In alcuni casi, invece, le uccisioni dei parenti avrebbero dato vita a vere e proprie scalate all’interno del clan da parte di chi era rimasto a piangerli, una sorta di risposta alla fame di vendetta. Tra i primi a subire la morte violenta di un parente è stato Gaetano Beneduce.

longobardiEQUILIBRI IN MANO AL PIOMBO – Il 7 novembre del 1988 il suo fratellastro, Rosario Ferro, detto “capatosta”, venne trucidato in via delle Colmate, a Licola. Secondo gli inquirenti che da anni indagano sulla malavita organizzata di Pozzuoli, l’omicidio di Ferro avrebbe modificato per sempre la geografia mafiosa, dando vita alle opposte fazioni dei Sebastiano-Bellofiore e dei Longobardi-Beneduce, durata fino al 1997, quando a prendere definitivamente le redini del potere furono questi ultimi. Secondo i giudici dell’Antimafia di Napoli “a Pozzuoli nominare Ferro significa evocare una dinastia di camorristi che, come è noto, da oltre trent’anni è a capo del più agguerrito cartello criminale che aveva in passato con “capatosta” (Rosario Ferro), il primo esponente di spicco ed alla morte di questi fino ad oggi, in Gaetano Beneduce, l’erede designato per successione familiare”.

Gaetano BeneduceLA STRAGE DEL MOLOSIGLIO – L’anno dopo l’uccisione di Rosario Ferro, il 7 dicembre del 1989, all’interno del circolo Canottieri di Posillipo vennero ammazzati l’allora capoclan di Pozzuoli Giovanni Di Costanzo e tre suoi guardaspalle, tra cui Pietro Avallone, fratello di Leonardo e Vittorio Avallone. Alla morte del fratello maggiore di Leonardo e Vittorio Avallone seguì un altro episodio di sangue, sempre nei confronti della famiglia Avallone. Arturo Avallone, nel 1991, venne ammazzato a Pozzuoli, a 31 anni. Il più piccolo dei fratelli, Vittorio Avallone, è scampato miracolosamente alla morte il 22 novembre del 2008, riportando però gravissime ferite al volto dovute a diverse pallottole che i sicari gli spararono da distanza ravvicinata. Nonostante i fratelli uccisi, gli Avallone, secondo l’Antimafia, avrebbero continuato a lavorare per il clan. Di risentimenti ne continuerebbe a nutrire anche Giampaolo Villano il cui padre, Antonio Rimoli, venne ammazzato il 28 maggio del 1992. Il pentito Carmine Toscanese: «Il Villano ha sempre nutrito rancore per Longobardi e Beneduce, in quanto li riteneva responsabili della morte del padre». Ed oggi Villano è accusato anche dell’uccisione di Gennaro De Simone, avvenuta vent’anni fa.