POZZUOLI – Pozzuoli è tra i primi 10 comuni costieri italiani con la maggiore occupazione di spiagge in concessione. A dirlo è il nuovo rapporto spiagge stilato da Legambiente, che annualmente ci fornisce una fotografia della situazione del litorale della nostra penisola, evidenziando i cambiamenti in corso. Attraverso l’elaborazione dei dati del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, delle Regioni e dei Comuni, e analizzato foto aeree è stata stilata una classifica dei comuni in cui risulta più difficile trovare un posto libero per prendere il sole liberamente e gratuitamente. Al primo posto Alassio (SV), poi Jesolo (VE), Forte dei Marmi (LU), Rimini, Lido di Ostia (Roma), San Benedetto del Tronto (AP), Alba Adriatica (TE), Pozzuoli (NA), Giardini Naxos (ME) e Mondello (Palermo). Inoltre, per Pozzuoli ed Ostia viene rilevata anche un’altra criticità: la presenza di muri e barriere che impediscono vista e accesso al mare.

LA SITUAZIONE – Lungo lo Stivale si registra nel dossier una situazione variegata, ma nel complesso allarmante per la quantità di chilometri sottratti alla libera fruizione. Aumentano, infatti, le concessioni balneari, che a oggi interessano oltre il 50% delle spiagge italiane. “Maglie nere” la Liguria e l’Emilia-Romagna con quasi il 70% occupato da stabilimenti balneari, a seguire la Campania con il 67,7% e le Marche con il 61,8%. L’Italia è l’unica nazione europea a non porre alcun limite alla percentuale di spiaggia da affidare ai privati, lasciando questa scelta alle Regioni, e sono finora poche ad averlo applicato. Tra le più virtuose Puglia, Sardegna e Lazio, dove la quota minima di spiagge da garantire alla libera fruizione (o libera fruizione attrezzata) è regolamentata e fissata tra il 60-50%. In Campania la legge regionale prevede una percentuale di spiaggia libera pari ad almeno il 20%. Continuano a essere cinque, invece, le regioni prive di limiti: Toscana, Basilicata, Sicilia, Friuli Venezia Giulia e Veneto. Il problema, tuttavia, riguarda nei fatti il rispetto dei limiti di legge da parte dei singoli Comuni, anche nelle Regioni che si sono dotate di norme.

CANONI IRRISORI – Per Legambiente resta il nervo scoperto dei canoni pagati per le concessioni. A fronte di un giro di affari miliardario, le entrate per lo Stato sono di appena 103 milioni di euro, secondo gli ultimi dati del 2016. Ma anche in questo caso bisogna fare una distinzione tra quelle realtà di successo, solitamente ubicate in tratti di costa di maggior pregio, e le concessioni fuori dai circuiti turistici principali, dove per poche settimane all’anno si riempiono gli ombrelloni in luoghi degradati da inquinamento e abusivismo edilizio. «È evidente che ci sono situazioni scandalose – come i noti Papeete beach di Milano Marittima, che paga 10 mila euro di canone annuo a fronte di un fatturato di 700 mila euro o il Twiga di Marina di Pietrasanta (LU), di Flavio Briatore che ha un fatturato annuo da 4 milioni di euro ma paga un canone di 16 mila.»

IL MARE – Oltre la spiaggia, il mare. Non sempre è facile fare un bagno in tratti di costa puliti, come emerge dai dati 2020 del portale Acque del Ministero della Salute, elaborati da Legambiente. Il 7,8% dei tratti sabbiosi in Italia – tra chilometri di costa interdetti e abbandonati, per oltre 259 chilometri – è sottratto alla balneazione per ragioni di inquinamento, in special modo in Sicilia, Calabria e Campania che in totale contano circa 73,5 km sui 90 interdetti a livello nazionale; mentre sono complessivamente 169,04 i chilometri di costa “abbandonati” in tutta Italia. Il risultato è che la spiaggia libera e balneabile nel nostro Paese si riduce mediamente al 40%, ma con grandi differenze tra le Regioni.

IL PROBLEMA DELL’EROSIONE – Dal 1970 i tratti di litorale soggetti a erosione sono triplicati e oggi ne soffre il 46% delle coste sabbiose, con tendenze molto diverse tra le regioni e picchi del 60% e oltre in Abruzzo, Sicilia e Calabria. In media è come se avessimo perso 23 metri di profondità di spiaggia per tutti i 1.750 km di litorale in erosione. Se i dati sono inequivocabili a preoccupare è quanto potrà avvenire in uno scenario di cambiamenti climatici e innalzamento del livello del mare come quello in atto, con 40 ambiti costieri a rischio di inondazione secondo gli scenari elaborati da Enea.

LE NOTE POSITIVE – Non mancano nel rapporto le note positive legate alla crescita del numero di stabilimenti che puntano su un’offerta green e di qualità. Tantissimi, e molti nuovi, quelli che hanno scelto di diventare “plastic free”, di investire sul solare, salvaguardare le dune, valorizzare prodotti a km zero, prevedere spazi ad hoc per chi si muove in bici o con mezzi di mobilità elettrica, utilizzare legno e altri materiali naturali e leggeri per le strutture, consentendo la vista del mare senza barriere e la convivenza tra parti libere e in concessione.

OCCORRE UNA LEGGE DI RIORDINO DELLE SPIAGGE – Per Legambiente è necessario concentrarsi su una legge di riordino delle spiagge con le seguenti priorità: «1) Garantire il diritto alla libera e gratuita fruizione delle spiagge, fissando limiti alla percentuale data in concessione e una quota prevalente di spiagge libera per ogni Comune, ma anche spingendo verso forme di concessione più leggere; 2) premiare la qualità dell’offerta nelle spiagge in concessione, coloro cioè che puntano su una logica ambientale sempre più integrata con il territorio e su imprese locali e familiari capaci di garantire l’occupazione; 3) canoni adeguati con risorse da utilizzare per riqualificare il patrimonio naturale, con una parte degli stessi che rimanga ai Comuni, così come chiesto anche dai balneari; 4) una strategia nazionale per erosione, inquinamento e adattamento al clima, che riguardi tutti gli 8 mila chilometri di coste italiane, la metà dei quali soggetti a erosione, e la garanzia del diritto a un mare pulito, restituendo alla balneazione acque soggette a cattiva depurazione o non più campionate.»