POZZUOLI – Da oggi parte su Cronaca Flegrea una nuova rubrica dal titolo “La stanza del Cardiologo” a cura del professor Gerolamo Sibilio, specialista in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare, in Medicina dello Sport, già Primario dell’U.O.C. di Utic-Cardiologia P. O. S. Maria delle Grazie-Pozzuoli, Direttore del Dipartimento Ospedaliero Area Medica ASL Na 2 Nord e Past President Regionale dell’Associazione Nazionale Cardiologi Ospedalieri (ANMCO). Ne “La stanza del Cardiologo” il primo tema trattato dal professor Sibilio è la vicenda che ha interessato il calciatore Christian Eriksen.
La storia di Christian Eriksen – calciatore danese nato nel 1992 e considerato uno dei migliori centrocampisti offensivi della sua generazione – è ben nota, per la forte emozione che suscitò l’arresto cardiaco (dovuto ad una grave aritmia), subito durante una partita degli Europei del 2021. Eriksen successivamente è riuscito a tornare al calcio professionistico ad alto livello, dopo avere applicato un defibrillatore cardiaco impiantabile sottocutaneo (ICD). Un “dispositivo” salvavita che, erogando uno shock, interrompe efficacemente aritmie cardiache che bloccano l’attività contrattile del cuore. Il 7 giugno 2026 durante una partita amichevole tra Danimarca ed Ucraina, Eriksen ha avuto un nuovo malore, per cui si è accasciato a terra, toccandosi il petto, con un blackout di pochissimi secondi. Fortunatamente questa volta è uscito dal campo vigile e cosciente, a “conferma che il suo ICD avrebbe funzionato correttamente”.
Ma è’ possibile dare una “idoneità” allo sport agonistico ad atleti portatori di ICD? E’ bene sottolineare subito che la Medicina non fornisce una certezza sul futuro, ma solo una stima del rischio di avere aritmie cardiache “maligne”. E lo dimostra il secondo malore di Eriksen. Secondo le linee guida internazionali avere un ICD non esclude automaticamente l’attività agonistica (vedi anche il caso di Edoardo Bove, ex giocatore della Fiorentina, che attualmente gioca in Inghilterra). Ma l’idoneità deve essere valutata accuratamente caso per caso. E’ necessario precisare altresì che anche In Italia non esiste un divieto assoluto legato al solo fatto di avere un ICD (come erroneamente riportato su alcuni organi di stampa).
L’idoneità sportiva all’attività agonistica viene tuttavia negata nel nostro contesto nazionale qualora sia presente una delle seguenti condizioni: 1) Sport a rischio intrinseco elevato (ad esempio uno sport di contatto o con un impegno cardiocircolatorio molto elevato) 2) Malattia cardiaca dell’atleta di per se’ incompatibile con lo sport agonistico 3) Patologia cardiaca sottostante che potrebbe aggravarsi in condizioni di elevata attività fisica. E’ innegabile che il calcio è uno sport con grande impegno cardiovascolare e necessariamente di contatto fisico, con un rischio di danno al generatore dell’ICD per trauma diretto durante un contrasto di gioco e/o in caso di caduta dell’atleta per la perdita improvvisa di coscienza, in seguito ad una grave aritmia cardiaca. C’è una grande differenza tra sport a basso rischio traumatico quali il tennis, la pallavolo o il canottaggio rispetto a sport di contatto, quali il calcio o il rugby. Alcune Linee-guida internazionali ammettono talora, come precedentemente rappresentato, in casi opportunamente selezionati, la partecipazione ad attività agonistiche, ma dopo un “processo decisionale condiviso” (shared decision making, SDM) tra atleta, allenatore, familiari, cardiologo, medico dello sport, dirigenti della società sportiva. Di fatto l’atleta deve partecipare attivamente alla decisione sul suo possibile ritorno allo sport agonistico, reso edotto dei rischi connessi alla sua scelta. Autodeterminazione o “massima tutela della vita”?
Il concetto della decisione condivisa non si applica fortunatamente nel nostro contesto nazionale. A differenza della maggior parte degli altri paesi, da noi la pratica sportiva agonistica è condizionata ad una certificazione di idoneità agonistica firmata da un medico, specialista in medicina dello sport, che, è bene rimarcarlo, se ne assume la responsabilità medico-legale. A mio parere è sempre da privilegiare il principio di tutela dell’atleta rispetto alla sua autonomia, cioè al diritto di scegliere il proprio rischio come parte della sua vita. Autonomia condizionata talora da fattori psicologici, da pressioni esterne (procuratore, sponsor) e dal business sportivo. In conclusione, in Italia le norme per il rilascio dell’idoneità agonistica negli atleti portatori di ICD restano più prudenti e rigorose, rispetto ad altri paesi. Esistono, a mio giudizio, limiti oltre cui non è accettabile un rischio. Ed il caso Eriksen rappresenta un precedente su cui riflettere.





























