giovanni_chiodiniPOZZUOLI – In questi ultimi giorni l’informazione, italiana e straniera, ha dato evidenza ad uno studio condotto da un team internazionale di ricercatori, coordinato dal dottor Giovanni Chiodini dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). Il lavoro (Magmas near the critical degassing pressure drive volcanic unrest towards a critical state), pubblicato sulla rivista scientifica “Nature Communications”, riguarda i possibili processi che possono avvenire nelle fasi di risveglio dei vulcani quiescenti.
La notizia, in alcuni casi, è stata riportata in maniera allarmistica, destando non poche preoccupazioni tra i cittadini flegrei. Abbiamo per questo contattato lo studioso per avere chiarimenti in proposito.

fenonemo-solfatara-7LA RICERCA – In premessa, Chiodini sgombera subito il campo da ogni allarmismo: «Il lavoro è di tipo generale e riguarda un processo che può avvenire durante le fasi di “risveglio” (unrest) di un qualsiasi vulcano. Da un punto di vista teorico evidenziamo come esiste un intervallo di pressione (che chiamiamo “pressione critica”) in cui il magma inizia ad emettere quantità notevoli di vapor d’acqua. Questo, se iniettato nelle rocce circostanti, le scalda provocando un’accelerazione nei segnali del vulcano (es deformazioni e micro-terremoti). I campi Flegrei sono in stato di unrest da parecchie decine di anni come indicato dal ripetersi di eventi bradisismici di differente entità. Nel lavoro utilizziamo i Campi Flegrei come esempio perché ci sono segnali che potrebbero essere ricollegati all’avvicinarsi di queste condizioni critiche di pressione nel processo di emissione dei gas dal magma. Non era negli obiettivi del lavoro fare previsioni sulla attività futura del vulcano cosa d’altronde ora non possibile».

livelli-di-allertaNESSUN PERICOLO – Chiarito il fatto che la ricerca non è direttamente correlata alla situazione attuale dei Campi Flegrei, ne approfittiamo per fare alcune domande a Chiodini, vista la sua esperienza pregressa presso l’Osservatorio Vesuviano.

C’è da preoccuparsi, ci sono pericoli imminenti? «No, non credo che ci siano pericoli imminenti, poi bisognerà interpretare come evolve il vulcano nei prossimi mesi-anni».

L’area flegrea è una delle più monitorate al mondo e già dal 2012 è stata dichiarata la fase di allerta gialla che ha determinato il rafforzamento del sistema di monitoraggio. Il sollevamento del suolo degli ultimi due anni è stato molto piccolo rispetto a quello delle due crisi bradisismiche degli anni 70 e 80. Sono in corso nuovi fenomeni che richiederebbero il passaggio ad uno stato di allerta maggiore?  «La fase “gialla” viene descritta come uno stato di attenzione scientifica. Credo che ben si addica allo stato attuale del vulcano. A mio parere, se cambierà verso un livello di maggior allerta questo sarà solo se si intensificheranno le fenomenologie oggi osservate (deformazioni, terremoti, emissione di gas ecc.). Un’ultima osservazione sullo stato di “attenzione scientifica”: dovremmo intensificare le ricerche con nuove progettualità finalizzate a meglio capire e misurare i processi in corso nella caldera flegrea».

Molti giornali hanno parlato di una risalita del magma a 3-4 Km dalla superficie facendo addirittura paralleli con l’eruzione del 1538 che determinò la “nascita” del Monte Nuovo. Quanto c’è di vero? «Non abbiamo prove certe sulla profondità del magma nel sottosuolo Flegreo, il dato su cui molti concordano è la presenza di magma a 8-10 km di profondità. Magma a 3-4 km è stato prima ipotizzato per spiegare la crisi degli anni ’80, poi più recentemente per spiegare un periodo di deformazioni particolarmente ‘forti’ nel 2012-2013».

Nell’Agosto 2015 la rivista “Science” ha pubblicato uno studio della professoressa Tiziana Vanorio che ha evidenziato la “duttilità” del nostro sottosuolo dovuta alla sua particolare composizione. Ciò spiegherebbe la diversa fenomenologia che si riscontra nel nostro territorio rispetto ad altre caldere nel mondo. Ci sono punti in comune tra i due studi? «Si ci sono dei punti in comune ma anche differenti interpretazioni (ad esempio sull’origine dei fluidi emessi). Di nuovo la necessità di approfondimenti e possibilmente di incontri scientifici fra tutti i ricercatori che lavorano sui Campi Flegrei. Un problema è che siamo “dispersi”, la Professoressa Vanorio, che stimo molto, lavora negli USA, io a Bologna, altri in Francia, Gran Bretagna, ecc. Incontri sistematici si potrebbero avere nell’ambito di un’attività progettuale in comune o promuovendo congressi specifici sui Campi Flegrei».