Antonio Ferro

POZZUOLI – The end. Fine. Un’intera generazione di camorristi è stata condannata, gli eredi dei boss Gennaro Longobardi e Gaetano Beneduce restano in carcere. E’ l’epilogo dell’inchiesta Iron Men, “uomini di Ferro”, nonostante gli oltre 100 anni di sconto sulle pene dei 60 imputati: 48 condannati e 11 assolti. Ridotta di 11 anni e 2 mesi la pena di Antonio Ferro, capo dell’omonimo clan pentitosi due anni fa, che ha beneficiato dell’articolo 8 previsto per chi collabora con la giustizia: dovrà scontare 7 anni e 2 mesi di carcere. Sconto anche per il fratello, Andrea Ferro, condannato a 13 anni e 10 mesi contro i 17 anni e 4 mesi inflitti nel 2018. Condannati anche i figli del boss Gaetano Beneduce, che hanno ottenuto una riduzione di due anni sulla pena di I grado: 12 anni per Massimiliano e 10 per il fratello Marco. Aumentata da 20 a 25 anni la pena a Nicola Palumbo “faccia abbuffata”, di sei mesi quella di Gaetano Campanile, condannato a 14 anni come Antonio Mele, detto ‘o campagnuol. Sconti tra i 3 e i 5 anni anche per pusher, capi piazza ed estorsori: 9 anni e 9 mesi per Antonio Nizzolini e Nicola Vallozzi ‘o stuorto; 10 anni e 5 mesi per Mario Spinelli; 6 anni e 8 mesi per Franco Cavaliere, 9 anni e 4 mesi per Giovanni De Felice e Giuseppe Carotenuto; 11 anni e 6 mesi per Pio Aprea “piariell”, fratellastro di Pasquale Dello Iacolo quest’ultimo alleato con i quartesi, attualmente detenuto e anch’egli condannato a 6 anni e 8 mesi.

L’arresto di Andrea Ferro

LA STORIA – Dopo gli 84 arresti dell’operazione Penelope del giugno 2010 e le detenzioni dei boss Longobardi e Beneduce salirono alla ribalta i fratelli Andrea e Antonio Ferro: figli del boss Rosario Capatosta, fratellastro di Gaetano Beneduce trucidato in via Delle Colmate nel 1988. Il marchio di fabbrica dei Ferro era la violenza: gambizzazioni, attentati, aggressioni, minacce, ai danni dei rivali e di coloro che osavano opporsi alle loro richieste. Andrea, genero del boss Salvatore Cerrone detto Totore ‘o biondo era il braccio, Antonio la mente. I due misero insieme un gruppo che si radicò soprattutto nei quartieri di Pozzuoli: Monterusciello, Licola e Toiano. «Dopo gli arresti del 2010, mio fratello Andrea decise che bisognava organizzare un gruppo nostro per evitare che Pozzuoli finisse in mano ad altri clan e per mantenere i detenuti. Fu organizzato un incontro a Quarto, con parecchie persone, tutte scelte e convocate da mio fratello Andrea. Oltre me c’erano Alessandro Iannone che in quel periodo era latitante, Diego Scognamiglio, Paoletto Cozzolino….e se non sbaglio Raffaele Giogli…In quella riunione ribadimmo la necessità che su Pozzuoli dovevamo stare noi e ci dovevamo rendere più operativi. Dopo la riunione ci recammo –più o meno le stesse persone che stavamo alla riunione- da Pataniello…riferimmo a Pataniello che da quel momento su Pozzuoli c’eravamo noi e tale circostanza fu poi ribadita anche in successive riunioni con esponenti maranesi, e in particolare con Perrone Roberto e Cammarota Salvatore» racconterà qualche anno dopo Antonio Ferro, pentitosi dopo l’arresto.

Nicola Palumbo

LE NUOVE LEVE, I VIZI E LA PAURA – La loro era un’organizzazione piramidale, con ruoli ben definiti: capi piazza con il compito di approvvigionare le piazza di spaccio, pusher, addetti alla riscossione delle estorsioni, al pagamento delle settimane agli affiliati e ai familiari dei detenuti. E poi c’era chi, su commissioni, faceva i “lavoretti” come incendiare auto e punire chi sbagliava. I fratelli Ferro riuscirono ad arruolare personaggi marginali della prima generazione di camorristi, gente come Pio Aprea, Pasquale Dello Iacolo, Antonio Mele, Domenico Illiano, Angelo Di Domenico, Antonio Nizzolini, Nicola Vallozzi, Giuseppe Carotenuto che da “gravitanti” divennero parti di un sistema con ruoli e mansioni ben definite. Tutto era sotto il loro controllo: lo spaccio di droga, le estorsioni ai commercianti, ai mercatini di Toiano e Monterusciello, il controllo dei parcheggi abusivi in città e fuori ai locali della movida. Tutto tranne il mercato del pesce, la “grande paura” dei fratelli Ferro «Il gruppo si occupava di estorsioni ai commercianti, ai fornitori di videopoker, di droga, del controllo dei parcheggi abusivi, e dei mercatini. -raccontò Antonio Ferro- Non ci occupammo invece, del mercato del pesce perché ancora scottati dagli arresti del 2003 e perché all’interno del mercato c’erano anche amici miei…»

Napoleone Del Sole

GLI SCONTRI – Ad Antonio Ferro piaceva la bella vita e la gestione della cosca fu borderline: soldi ai detenuti che arrivavano a singhiozzo, i litigi con i cugini, i figli di Beneduce, fino alla scarcerazione di Nicola Palumbo “faccia abbuffata”, ras di Quarto e camorrista di vecchio stampo. Al cospetto di faccia abbuffata i fratelli Ferro iniziarono a battere la ritirata, a ridimensionarsi perdendo anche una lunga schiera di fedeli che iniziarono a transitare nel gruppo del Ras.Tra i due gruppi fu stipulato una sorta di accordo per la gestione del traffico di droga, le estorsioni ai commercianti e finanche la richiesta di pizzo ai parcheggiatori abusivi e la gestione dei videopoker. Ad inizio 2014 ci fu la breve affermazione di Napoleone Del Sole che a capo di un manipolo di violenti “cani sciolti” iniziò a dettare legge negli ambienti criminali: durò 7 mesi, il tempo di ricevere una condanna a morte da Faccia Abbuffata evitata solo con gli arresti che portarono in carcere Del Sole e i suoi fedelissimi. Alla vigilia di Natale del 2014 toccò a Palumbo finire in manette per estorsione ad un inquilino di una casa popolare di Quarto. Nonostante ciò il clan continuò ad andare avanti, retto da precari fino al maggio del 2016 con l’uscita dal carcere, dopo 13 anni al 41bis, del boss Gennaro Longobardi. Prima della mazzata finale: alle 5 del mattino del 29 novembre oltre 150 carabinieri misero in atto la seconda più grande operazione anti camorra degli ultimi 30 anni in città. Era l’inizio della fine per gli eredi di Longobardi e Beneduce.