RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – «Spettabile Redazione, riporto di seguito la mia testimonianza sulla gestione delle richieste tamponi nella nostra provincia. Erano le 18 e 15 di venerdì 4 settembre quando, tornando a casa dal lavoro, mi preparavo a vivere il mio weekend, con tutta la serie di commissioni che non si possono sbrigare in settimana e le piccole/grandi libertà dei giorni senza lavoro. In quel momento di progetti e di riordino delle idee mentre si guida verso casa, ricevo una telefonata dall’ufficio del personale: “La collega X è risultata positiva al covid-19, devi richiedere tampone alla tua Asl per accertare se sei stato contagiato”. La prima cosa che ho pensato è stata: “Che noia, questo weekend devo dedicarmi a questa cosa”. La seconda è stata: “Speriamo che non sono positivo”. Ecco, quel weekend è stato solo il primo in cui mi sono dedicato alla questione e il prossimo sarà il terzo (ovviamente sono inclusi anche tutti i giorni tra un weekend e l’altro) e la mia positività (o negatività) è un argomento che può a pieno titolo essere annoverato nella lista dei dogmi mai risolti. Sì, perché dopo 14 giorni sono ancora in attesa del tampone e, in generale, di una qualunque risposta da parte dell’Asl: ho passato le ultime due settimane a telefonare costantemente ai 3 numeri che mi ha dato il centralino dell’Asl, ma la voce registrata che dice “il primo operatore disponibile risponderà non appena possibile” è diventata una specie di “mantra” che riecheggia in viva voce dal mio telefono per tutta la casa. L’insuccesso nel mio proposito di ottenere risposte mi ha portato a fare ricerche su possibili strade alternative: trovo cosi in internet numero verde della regione dedicato all’emergenza covid. Il suo squillo ripetuto per intere ore ha dato un senso alla parola “Infinito”. La mia creatività (o disperazione) mi ha portato a telefonare al numero del viaggiatore, ovvero il contatto obbligatorio per tutti coloro che tornano dalle vacanze all’estero… qui lo squillo ripetuto ricordava il moto perpetuo delle onde del mare, tanto per rimanere in tema di viaggi. Quattro email mandate da me e  una dal mio medico di base: mai un cenno di ricezione, mai un autoreply. Intanto sono anche ostaggio della mia coscienza: una collega era positiva, e sebbene io sia stato in perfetta salute senza sintomo alcuno di malessere nelle tre settimane che sono succedute all’ultimo giorno che eravamo a lavoro insieme, non esco, perché sono corretto e tutelo gli altri e, ad essere sincero, oltre che dalla possibilità di un contagio, li tutelo da questa burocrazia che è diventata il vero morbo. Attualmente vivo nel mio limbo in attesa di un tampone, continuando ad essere totalmente ignorato da chi dovrebbe indirizzarmi verso la soluzione».
G.D.