di Alessandro Napolitano

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Il raccapricciante racconto dell’omicidio di Rosario Ferro, detto “Capatosta”

POZZUOLI – Rincorso mentre ferito tenta di fuggire ai killer, uno dei quali si sarebbe tolto anche il passamontagna per farsi guardare in faccia. Ma soprattutto per poter compiere un ultimo gesto di forte ripudio: sputare al viso di colui che di lì a pochi secondi sarebbe morto trucidato a colpi di fucile. Potrebbe sembrare la sceneggiatura di un film, ma è invece la realtà. Una crudele realtà, raccontata da un collaboratore di giustizia che con dovizia di particolari narra morte del “capostipite” della camorra puteolana, Rosario Ferro, alias “Capatosta”. Il fratellastro di Gaetano Beneduce, quest’ultimo all’epoca dei fatti ancora lontano dal potere criminale che poi avrebbe rivestito nei successivi anni, venne ammazzato nel novembre del 1988. Secondo le parole del pentito, a fare fuoco ci sarebbe stato anche il boss Giovanni Di Costanzo, altro capostipite della mala flegrea. E anch’egli morto in seguito ad un agguato, l’anno successivo, durante quella che viene ricordata come la “strage del Molosiglio”. Così come ha raccontato il collaboratore di giustizia Carmine Toscanese, l’omicidio venne consumato a Licola, in via delle Colmate.

LO SPUTO – «Ricordo che noi non volevamo che partecipasse materialmente alla esecuzione il Di Costanzo in quanto volevamo preservarlo essendo il nostro capo e colui che aveva i rapporti con tutti gli altri clan nostri alleati, ma lui insistette proprio in virtù dell’odio che provava verso il Ferro, proprio in virtù di questa antica ruggine – ha spiegato il pentito – Rosario scese dall’auto anche lui per darsi alla fuga ma venne colpito. Nonostante i colpi lo avessero attinto, il Ferro continuava a scappare, ma fu raggiunto dal Di Costanzo che si tolse il cappuccio che indossava, prima gli sputò e poi gli sparò alla nuca con il fucile». Alla base della pianificazione dell’omicidio vecchi attriti dovuti alla spartizione dei proventi dello spaccio di droga e della gestione dei videogiochi. All’epoca si crearono due gruppi criminali. Il primo capeggiato da Rosario Ferro a cui si unirono il fratellastro Gaetano Beneduce e Gennaro Longobardi, oltre a nomi “altisonanti” della mala quartese.

DISTRUGGERE GLI ALTRI – Un altro gruppo era guidato da Di Costanzo. Con Lui Domenico Sebastiano e Raffaele Bellofiore che poi sarebbero diventati i capi indiscussi del clan fino al loro omicidio nel 1997, nel Rione Toiano. Così ha raccontato Toscanese: «Nel corso di questa riunione venne deciso che ci saremmo divisi al 50% gli introiti di tutti gli affari illeciti e cioè i proventi delle estorsioni che imponevamo nel campo edilizio, nel mercato ittico, ai ristoranti, agli stabilimenti balneari. Preciserò in seguito quali di questi esercizi tuttora continuano a pagare una tangente, nonché i proventi derivanti dal mercato della droga. Dividemmo il territorio tra Monteruscello, dove si trovava il Ferro, e Toiano, dove ci trovavamo noi[…] A loro davamo il 50 per cento di tutte le attività illecite, comprese quelle che derivavano da altre “piazze”. Ciò poteva accadere perché, essendo noi alleati con vari gruppi, spesso capitava che ci scambiavamo dei favori dai quali ricavavamo un guadagno. Tuttavia questo accordo fu solo di facciata perché il nostro intento era invece quello di distruggere l’altra fazione». Dall’omicidio di Rosario Ferro e da quello di Giovanni Di Costanzo ne sarebbe derivata una geografia criminale del tutto modificata e che sarebbe poi rimasta cristallizzata per quasi dieci anni.