Mario Cinque

POZZUOLI – Da Porta Napoli, l’arco che separa via Napoli con il centro storico di Pozzuoli, alla piazzetta di Bagnoli: è questo il territorio in cui si muove il clan Di Costanzo, attualmente il più longevo dell’area flegrea. Sull’attività del clan convergono le parole dei pentiti racchiuse nell’ordinanza di custodia cautelare a carico dei carabinieri infedeli Mario Cinque, Walter Intilla e del ras Gennaro Di Costanzo. “In via Napoli ci sono i Di Costanzo…che gestiscono la droga, fanno estorsioni e gestiscono i parcheggi..” E proprio ai suoi affiliati che Mario Cinque, il carabiniere infedele arrestato ieri, prestava sostegno, proprio come avvenne nel settembre del 2018 quando ai Cappuccini fu gambizzato il pusher Mario Varriale, attinto alle gambe con due colpi calibro 7.65. A sparargli fu Gennaro Di Costanzo che a nome del clan doveva lanciare un segnale forte. In quell’occasione il militare non fece alcuna relazione, pur sapendo fatti e circostanze. “..A via Napoli non si spaccia fuori sistema” fu il monito del clan, cosa che invece aveva fatto Varriale acquistando la cocaina da un affiliato a un gruppo criminale di Monterusciello. “Marittiello com’è…e che facciamo…ma chi è? Chi è via Napoli è di Di Costanzo punto” furono le parole che il carabiniere infedele rivolse a Mario Varriale dopo l’agguato.

Gennaro Di Costanzo

L’AVVERTIMENTO A VARRIALE – Prima dell’azione di fuoco Di Costanzo aveva mandato un avvertimento a Varriale, come si evince da una intercettazione nella quale Cinque parla al telefono con una donna: “adesso si chiavarono un cofano di mazzate a via Napoli…e Pasquale…Genny, il figlio di Giovanni il piccolino sparò lo sparò adesso l’ha sparato”. “…Si picchiarono…sono usciti di galera Genny, Pasquale che dopo sette otto anni, Genny è uscito dopo dieci undici anni…ha acchiappato Varriale, i Varriale” racconta Mario Cinque non sapendo di essere intercettato “ha detto voi la cocaina qua non la dovete fare punto. Se la dovete fare lo prendete in mano a noi che a via Napoli siamo noi. E quello ha detto “no vabbuò tutto apposto” e continuava a fare…lo chiamarono là dietro uuuu..lo sparò Genny “.

Francesco Saverio Di Costanzo

LO SCONTRO – Dalle parole del carabiniere infedele si evince una profonda conoscenza delle dinamiche interne al clan Di Costanzo. Cinque racconta anche di una rottura che vedrebbe Pasquale e Gennaro da una parte e il boss Francesco “o cecato” dall’altra “..Stanno rotti, perchè quello Franchitiello comunque vuole comandare, quei due o trovano un punto d’incontro…poi i figli pure sono venuti fuori…”. All’interlocutore, che è dall’altra parte del telefono, Mario Cinque racconta una serie di dinamiche interne al clan e di una richiesta di “o cecato” (che attualmente è detenuto) alla moglie per “non fare l’ergastolo”.

IL LITIGIO CON IL PENTITO – Via Napoli era la base di Mario Cinque: qui aveva deciso anche di aprire un ristorante che però non ebbe un grande successo. Di lui e del clan Di Costanzo ne ha parlato pochi mesi fa il pentito Giannuzzi Teodoro detto “Teo”, amico del boss di via Napoli Francesco Di Costanzo. Teo fu fermato ad un posto di blocco proprio da Cinque “mi fermò in macchina e sorsero dei problemi per la mia identificazione perchè diceva che la foto era diversa, e io gli dissi che ero il figlio di Sigfrido” ha raccontato ai magistrati il pentito “…lui commentò che io non avevo preso da mio padre. Così, siccome mi innervosii, gli dissi che se lo avessi incontrato lo avrei picchiato”. Dopo due giorni Cinque e Giannuzzi si incontrarono in un pub a via Napoli dove Teo trovò il carabiniere in compagnia del boss di via Napoli “Siccome volevo aggredirlo, Franco Di Costanzo mi fermò, dicendomi che Mario era un amico loro e si metteva a disposizione”.

Teo Giannuzzi

IL “NON CONTROLLO” E LA RIVELAZIONE – Un altro pentito, Gennaro Testa, ha raccontato ai magistrati di quando, a bordo di un’auto, insieme a Franco Di Costanzo e altre due persone furono fermati da Mario Cinque senza essere controllati “nonostante fossimo visibilmente ubriachi e Pasquale e Franco con i coltelli in mano…appena ci riconobbe ci fece andare via”. A Roberto Perrone, boss dei Polverino a Quarto, Cinque avrebbe dato la soffiata di un imminente blitz contro il clan. Perrone, vista la presenza dei militari in zona, temeva per un provvedimento a suo carico “mi disse che non c’era nessun provvedimento, ma che la presenza dei carabinieri era dovuta a un imminente blitz che dovevano fare a Quarto nella 167″.

 

*fine seconda parte