POZZUOLI“Dove sta il tuo mastro? Digli che sono quello venuto a Natale”. Era il 19 aprile quando Marco Izzo si presentò al centro scommesse per chiedere il pizzo, lasciando il messaggio per il titolare a un dipendente. Per poi ritornare qualche giorno dopo. Questa volta Izzo lo fece insieme a un altro giovane, che il Gip ha ritenuto estraneo al tentativo di estorsione. I due, accompagnati da una terza persona, che rimase in auto nel parcheggio, entrarono nella sala. Il giovane, parente di un personaggio di spicco del clan Longobardi, rimase in disparte giocando con una slot, mentre Izzo si diresse verso il titolare.

IL PARENTE“Come mai non hai mandato il regalo di Pasqua al parente di Toiano” disse Izzo al titolare della sala – “Non importa chi è il mio parente, ma quello che importa è che lui pensa che il tuo regalo me lo sono preso io”. Parole inequivocabili che lasciavano intendere anche a una precedente estorsione consumata a Natale fatta per conto di un parente, di tale “‘O Zio.”

IL CORAGGIO E IL NO – Una richiesta che però non piegò il titolare della sala il quale affrontò a muso duro “Marco di Licola”, nome con il quale il 31enne, arrestato nel 2014 per rapina aggravata: insieme a un altro complice rapinò un’auto ma fu incastrato attraverso le impronte digitali. Qualche mese prima era sfuggito a un posto di blocco alla guida di un veicolo rubato ingaggiando un inseguimento con i carabinieri. Izzo rientra in uno degli emergenti, legati alla seconda generazione di camorristi della mala flegrea. “Io sono…..e il regalo non lo faccio a nessuno” furono le parole pronunciate dall’imprenditore costrinsero Izzo ad andare via, seguito dal giovane che lo aveva accompagnato. Scene riprese dalle telecamere del locale e che insieme alla denuncia dell’imprenditore hanno fatto scattare le indagini da parte dei carabinieri della Compagnia di Pozzuoli e l’arresto.

LE BOTTE DAI BOSS – Di Marco Izzo ne parlò il pentito Napoleone Del Sole: “Questo ragazzo lo conosco da tempo che però non era inserito stabilmente in contesti camorristici; al più se qualche clan lo chiamava per qualche servizio lui ci andava. Il suo torto fu sempre quello di stare insieme con Alfano Gennaro quando era libero che non era ben visto dai fratelli Ferro. Dopo l’arresto di Alfano questo ragazzo fu picchiato pesantemente dai Ferro. Mi disse che era stato avvicinato da Piariello e da Paoletto e fu portato a Quarto al solito posto. Mi raccontò che in macchina mentre lo portavano a Quarto già cominciarono a picchiarlo e nonostante lui li supplicasse di non fargli segni in faccia in quanto doveva andare a trovare il padre in ospedale, loro continuarono a picchiarlo. A Quarto c’erano i Ferro ed altre persone che continuarono a riempirlo di botte. Quando finirono di picchiarlo gli dissero che doveva consegnare loro la sua autovettura e non lo riaccompagnarono fino a casa ma lo lasciarono a piedi a metà strada. Lui fu costretto a prendere la macchina della madre, se non sbaglio una panda, e gliela consegnò a Quarto. Dopo un poco di tempo la macchina gli fu restituita e quando ne rientrò in possesso si accorse che era stato architettato anche un falso sinistro con tale autovettura”