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Cronaca Digitale Curiosità

Minori e social, UNICEF: quasi uno su cinque ha subito abusi o sfruttamento facilitati dalla tecnologia

Minori e social, UNICEF: quasi uno su cinque ha subito abusi o sfruttamento facilitati dalla tecnologia
  • Pubblicato7 Settembre 2026

LO STUDIO – Quasi un ragazzo su cinque, connesso a Internet , tra i 12 e i 17 anni, ha subito, nell’arco di un anno, almeno una forma di sfruttamento o abuso sessuale facilitato dalla tecnologia nei 21 Paesi esaminati. La stima, pari a circa 20 milioni di minori, proviene dal nuovo rapporto UNICEF “Through Children’s Eyes”, pubblicato il 3 settembre 2026. L’indagine riguarda specificamente 21 Paesi e prende in considerazione ragazzi che utilizzano Internet. Ma la dimensione del fenomeno descritta dal rapporto richiama direttamente alla responsabilità delle piattaforme digitali, delle istituzioni e dei sistemi di protezione dell’infanzia. Lo studio si basa su indagini rappresentative condotte su circa 21.000 ragazzi tra i 12 e i 17 anni che utilizzano Internet e su interviste approfondite a 100 giovani che avevano vissuto esperienze di abuso durante l’infanzia. La ricerca rientra nel progetto internazionale Disrupting Harm, realizzato congiuntamente da UNICEF, ECPAT International e INTERPOL. Quella analizzata dall’UNICEF è una categoria più ampia rispetto al solo “abuso online”. Per sfruttamento e abuso sessuale facilitati dalla tecnologia si intendono, infatti, le situazioni in cui strumenti digitali, piattaforme e servizi di comunicazione vengono utilizzati per rendere possibile, amplificare o documentare un abuso, anche quando una parte dei fatti avviene nel mondo fisico. Secondo le stime contenute nel rapporto, oltre 15 milioni di ragazzi nei Paesi analizzati sarebbero stati esposti a contenuti sessuali indesiderati. Circa 9 milioni avrebbero ricevuto richieste di partecipare a conversazioni sessuali o di condividere immagini contro la propria volontà, mentre circa 4 milioni avrebbero ricevuto immagini sessuali diffuse senza consenso. Uno degli aspetti più rilevanti riguarda i luoghi digitali in cui si verificano tali episodi. Secondo l’UNICEF, quasi il 60% dei casi analizzati è avvenuto tramite grandi piattaforme social, tra cui Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok e WhatsApp. Un altro 14% è stato attribuito ai videogiochi online. Il rapporto sottolinea che il rischio non riguarda soltanto aree marginali o nascoste della rete, ma anche servizi digitali utilizzati quotidianamente da milioni di adolescenti.

NON SOLO SCONOSCIUTI – Un altro dato mette in discussione l’idea che la principale minaccia provenga necessariamente da persone sconosciute incontrate online. Nei Paesi studiati, il 57% dei casi coinvolgeva una persona già conosciuta dal minore, come un coetaneo, un partner, un amico o un familiare. Nel 38% dei casi, invece, il primo contatto con l’autore dell’abuso sarebbe avvenuto tramite Internet. La distinzione tra vita digitale e vita offline diventa quindi sempre meno netta: una relazione può iniziare sui social e proseguire fuori dalla rete, oppure tecnologie e servizi di messaggistica possono essere utilizzati per esercitare pressioni, diffondere immagini o amplificare un abuso avvenuto di persona.

DENUNCE ALLE AUTORITÀ – Il dato probabilmente più critico riguarda le segnalazioni. Più del 40% delle esperienze rilevate non sarebbe stato raccontato a nessuno. Meno dell’1% sarebbe arrivato all’attenzione di soggetti come la polizia, gli assistenti sociali o i servizi di aiuto. Tra le ragioni indicate dai ragazzi per non chiedere aiuto emerge anche la difficoltà a capire a chi rivolgersi. Il rapporto evidenzia inoltre una forte associazione tra queste esperienze e il disagio psicologico. I ragazzi che avevano subito forme di sfruttamento o di abuso facilitati dalla tecnologia riportavano con maggiore frequenza pensieri o comportamenti suicidari, autolesionismo e livelli più elevati di ansia. Si tratta di associazioni statistiche: i dati, da soli, non dimostrano un rapporto diretto di causa ed effetto. Per l’UNICEF, una risposta efficace non può quindi limitarsi a chiedere ai ragazzi di essere più prudenti. L’organizzazione sollecita piattaforme più sicure fin dalla progettazione, maggiori protezioni della privacy, limitazioni ai contatti indesiderati da parte degli adulti, sistemi di raccomandazione più sicuri e strumenti di segnalazione realmente accessibili ai minori.

LA RACCOLTA DEI DATI – Tra i 21 Paesi considerati dalla ricerca non figura l’Italia. I dati sono stati raccolti in due fasi del progetto Disrupting Harm. La prima ha riguardato principalmente, tra il 2020 e il 2021, Cambogia, Etiopia, Indonesia, Kenya, Malesia, Mozambico, Namibia, Filippine, Tanzania, Thailandia, Uganda e Vietnam. La seconda, con dati del 2024 e del 2025, ha incluso Armenia, Brasile, Colombia, Repubblica Dominicana, Messico, Montenegro, Macedonia del Nord, Pakistan e Serbia. Il valore di “quasi uno su cinque” deve dunque essere letto entro questo perimetro geografico e metodologico e non come una fotografia statistica dei minori italiani. Per l’Italia, tuttavia, la questione della tutela dei ragazzi sulle piattaforme digitali rientra pienamente nel quadro normativo europeo.

LA SITUAZIONE IN ITALIA – Anche se l’Italia non rientra tra i 21 Paesi analizzati dall’UNICEF, i dati della Polizia Postale mostrano che lo sfruttamento sessuale dei minori attraverso la rete rappresenta un fenomeno rilevante anche nel nostro Paese. Secondo il report diffuso dalla Polizia di Stato il 5 maggio 2026, in occasione della “Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia”, nel corso del 2025 sono stati trattati 2.623 procedimenti per pedopornografia online, oltre a 434 casi di adescamento di minori in rete e 223 episodi di estorsione sessuale online, la cosiddetta “sextortion”. Sul fronte del cyberbullismo che coinvolge minori, i casi trattati sono stati 365. L’attività investigativa ha portato inoltre a 1.039 perquisizioni, 224 arresti e 1.085 persone denunciate in stato di libertà, mentre 2.876 siti contenenti materiale di abuso sessuale su minori sono stati inseriti nelle blacklist e resi inaccessibili. I numeri della Polizia Postale non sono direttamente confrontabili con quelli dell’UNICEF, perché riguardano procedimenti e casi arrivati all’attenzione delle autorità e utilizzano categorie differenti rispetto a quelle dell’indagine internazionale. Offrono però un riscontro concreto alla presenza del fenomeno in Italia e alla sua dimensione investigativa.

COSA PREVEDE L’EUROPA – Il Digital Services Act, il regolamento europeo sui servizi digitali, prevede che le piattaforme accessibili ai minori adottino misure adeguate e proporzionate per garantire un elevato livello di privacy, sicurezza e protezione. Nel luglio 2025 la Commissione europea ha pubblicato specifici orientamenti sulla tutela dei minori. Tra le misure indicate figurano account privati per impostazione predefinita, strumenti per limitare i contatti indesiderati, un maggiore controllo sui sistemi di raccomandazione e soluzioni per ridurre la diffusione non consensuale di contenuti pubblicati dai ragazzi. Gli orientamenti affrontano anche i sistemi di verifica dell’età. La Commissione raccomanda che siano efficaci ma anche accurati, affidabili, non invasivi e rispettosi della privacy. In Italia esiste inoltre una disciplina specifica sul consenso al trattamento dei dati personali dei minori nell’ambito dei servizi della società dell’informazione. Il Garante per la protezione dei dati personali ricorda che, quando il trattamento si basa sul consenso e ricorrono le condizioni previste dal GDPR, il minore può prestarlo autonomamente a partire dai 14 anni. Al di sotto di tale soglia è necessario il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale. La regola non equivale, però, a un’autorizzazione generale all’utilizzo di qualunque social network a partire dai 14 anni: le condizioni di servizio delle piattaforme, le basi giuridiche del trattamento dei dati e le norme sulla protezione dei minori sono questioni distinte.

LE RESPONSABILITÀ –  La sicurezza non può ricadere soltanto sui ragazzi. Il messaggio principale che emerge dalla ricerca dell’UNICEF riguarda proprio lo spostamento della responsabilità. L’educazione digitale e il dialogo in famiglia restano importanti, ma la tutela non può dipendere esclusivamente dalla capacità di un adolescente di riconoscere un rischio, bloccare un contatto o denunciare un abuso. Il rapporto indica una responsabilità condivisa tra piattaforme tecnologiche, governi, sistemi giudiziari, scuole, famiglie e servizi sociali. E il dato sulle segnalazioni evidenzia uno dei punti più delicati: quando un ragazzo subisce un abuso, sapere che esiste un pulsante per segnalarlo non basta. Deve anche poter riconoscere ciò che è accaduto, sapere a chi rivolgersi e trovare un sistema capace di ascoltarlo e proteggerlo.