LA LETTERA – Sono madre di due bimbi di 8 e 7 anni. Mi prodigo molto per il loro benessere provvedendo non solo dal punto di vista materiale ai loro bisogni, ma anche invitando gli amici a casa, spendendo il fine settimana cercando di accontentarli. Ma tutte le energie che impegno non bastano mai. Li vedo spesso scontenti, entrambi si lamentano di essere presi in giro e di non sentirsi accettati. Vorrei come genitore insegnare loro anche come difendersi in un mondo fatto di prevaricazione e pericoli. Spesso mi sento in difficoltà e ne parlo con gli insegnanti, ma mi sento dire che i bambini devono imparare a difendersi da soli. E’ giusto cosi? Cosa ne pensa? (Angela S.)

GIOVANNA RISPONDE – Spesso si è soliti guardare il mondo con gli occhi della diffidenza e credere che il nostro agire debba tendere al guardarci le spalle. Inserirci in un mondo di relazioni interpersonali trascinandoci dietro un tale preconcetto non rende certo semplice l’approccio con gli altri. La parola più frequente che ascolto in classe tra i miei alunni è “IO”. Fin da piccoli esorto i bambini a usare sempre meno questa parola e a preferire un’altra: “TU”. Loro lo considerano un gioco divertente e non immaginano, invece, che stanno attivando un meraviglioso circolo virtuoso. La crescente attenzione all’altro mediante l’attenuazione del sé, propone al gruppo un’idea di relazione tendenzialmente fuori dal tempo, ma senza dubbio positiva per chi ne viene in contatto. Ho statisticamente rilevato che l’attenzione verso il compagno restituisce al bambino sensazioni come soddisfazione, gratificazione, stima di sè; la generosità che ha dispensato, poi, gli ritorna sotto varie forme di amicizia e, nel tempo, rafforza le radici di legami profondi che rappresenteranno l’architrave della sua vita futura. I bambini vanno costantemente educati a congelare nel tempo quel sentimento che è in loro innato (la felicità) per evitare che esso si perda nella vita adulta. È senz’altro pacifico ritenere che i bambini vadano guidati ad imparare ad essere scaltri, ma non furbi, a sapersi difendere, ma mai ad applicare la legge del taglione. Non giova a nessuno spingerli ad essere diffidenti, nè a loro, nè alla comunità nella quale vivono. Perché la felicità non è un elemento oggettivo che essi crescendo sono in grado di provare ovunque e con chiunque, ma è un elemento che dovranno cogliere anche quando, lontano dai giochi, vivranno spensieratamente la propria quotidianità. Il mio consiglio quindi è quello di imparare prima noi educatori ad essere felici, per poter trasmettere ai nostri piccoli la percezione di tale essenza anche nelle sfumature più semplici della vita. Rinforzare nel piccolo il binomio serenità/felicità lo aiuterà a non ricercare la propria soddisfazione in situazioni estreme e a vivere con ambizione (e allo stesso tempo con semplicità) la propria vita futura.

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