QUARTO – Assolto per non aver commesso il fatto. Ad oltre sette anni dal clamoroso arresto e alla condanna a sei anni e sei mesi di detenzione, Armando Chiaro è stato assolto dalla Corte di Cassazione. La decisione della suprema corte riguarda anche i beni sequestrati e confiscati, che saranno restituiti all’ex consigliere comunale. Inoltre, è stata revocata la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici e quella dell’interdizione legale. Secondo i giudici, Chiaro – oggi 42enne – non è un camorrista al servizio del clan Polverino.

L’ARRESTO E LA CONDANNA – Era il maggio del 2011 quando un blitz dei carabinieri portò in carcere 39 persone, tutte ritenute a vario titolo capi e gregari dell’organizzazione camorristica da anni egemone tra Quarto, Marano e Calvizzano. Armando Chiaro, consigliere comunale uscente del Popolo delle Libertà, nonché coordinatore locale dell’ex partito di Silvio Berlusconi, finisce in manette. Nonostante la detenzione, alle elezioni amministrative che si sarebbero svolte poche settimane dopo, riesce ad ottenere ben 385 preferenze, di fatto rendendolo eletto nell’emiciclo di piazzale Europa. Una elezione poi sospesa e successivamente annullata dalla Prefettura di Napoli.

LE ACCUSE DEI PENTITI – L’accusa a suo carico era di associazione a delinquere di stampo mafioso, avendo intestato a sé un’abitazione di Cuma Ruga, in Spagna, ritenuta nella disponibilità di Giuseppe Polverino, alias ‘o Barone, attualmente in carcere a scontare una condanna a 17 anni. Sempre secondo l’accusa, Armando Chiaro sarebbe stato il trait d’union tra il clan e la macchina comunale. Contro di lui anche le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Dopo una prima condanna a 7 anni, in Appello riceve uno “sconto” di sei mesi.

INGIUSTA DETENZIONE – Tra detenzione in carcere e agli arresti domiciliari, poi seguiti da un divieto di dimora in Campania, Chiaro – difeso dagli avvocati Giovanni Vignola e Claudio Botti – sconta per intero la condanna. Oggi l’assoluzione piena per l’ex consigliere da parte della Cassazione, contro cui potrebbe fare ricorso la Procura Generale. Intanto, a breve potrebbe essere inoltrata la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione. Le motivazioni della sentenza saranno rese note tra 90 giorni.