Ophidiaster ophidianus.Fonte: casc.it
Ophidiaster ophidianus.Fonte: casc.it

AMICI ANIMALI – Secondo National Geographic gli anglosassoni starebbero cercando un nuovo nome per “ribattezzare” la stella marina. Il motivo? In inglese questo organismo è chiamato starfish, cioè “pesce stella”, anche se in realtà non si tratta di un pesce ma di un echinoderma, un phylum a cui appartengono anche ricci e cetrioli di mare.

CLASSIFICAZIONE – La classe di appartenenza di questi particolarissimi animali è quella degli Asteroidei, un nome che suggerisce la forma “stellata” fatta a raggi che li caratterizza nella maggior parte dei casi attraverso le braccia, che possono variare da 5 a 40! Sebbene le stelle marine più conosciute e ammirate siano quelle tropicali, per i colori sgargianti, anche nel Mediterraneo possiamo trovarne di diversi tipi, tonalità e conformazione, sia nelle cavità più abissali dei nostri mari che in zone “fangose” o rocciose. Le stelle infatti si adeguano anche ad acque salmastre ma non riescono a sopravvivere in ambienti d’acqua dolce. Questi meravigliosi animali vivono a stretto contatto con il substrato, traendone nutrimento attraverso la microfauna ma anche organismi più grandi, persino ancora vivi o moribondi. Viene difficile credere quanto siano voraci. Hanno la particolare caratteristica di riuscire ad aprire anche vongole chiuse, con i loro pedicelli muniti di ventose che riescono a fare da”dilatatori”, creando un varco attraverso il quale estroflettono lo stomaco per digerire esternamente la preda e poi farlo rientrare. La bocca è rivolta verso il basso mentre l’ano verso l’alto; sono animali notoriamente “senza cervello” eppure, sembrerebbe, molto “intelligenti” a loro modo, nella loro voracità, nella forza dei loro muscoli, che pompano acqua costantemente tra delle “ampolle” e i pedicelli per la deambulazione, e nella ricerca costante di cibo.

Anseropoda placenta. Fonte: marlin.ac.uk
Anseropoda placenta. Fonte: marlin.ac.uk

LE CARATTERISTICHE – La pelle ha una consistenza cartilaginea, munita di calcificazioni che la proteggono da un gran numero di predatori e permettono all’acqua di fluire nei pedicelli; molti tra gli esemplari più variopinti riescono anche a mimetizzarsi per spaventare potenziali nemici o rendersi meno visibili. Sono animali che preferiscono l’ombra per cui è più facile trovarne in luoghi non illuminati direttamente dal sole. Ma non avendo “occhi” collegati ad un cervello è lecito chiedersi come facciano a fare anche questo: all’apice delle braccia hanno come dei “sensori” che rivelano la potenza dell’illuminazione presente.

RIGENERAZIONE – Di certo l’elemento che rende così ammirate le stelle marine, oltre che per la loro indiscutibile bellezza, è la rigenerazione delle braccia o del corpo stesso che, talvolta, riescono a “ricostruire”. Quando uno di questi animali “sente” di essere in pericolo può arbitrariamente tagliarsi un braccio per fuggire (autotomia); questo ricrescerà, anche se più corto, e potrebbe addirittura generare una forma di riproduzione asessuata nel momento in cui dal braccio spezzato nasca una nuova stella (riproduzione asessuale per frammentazione). Questo grazie alla dislocazione degli organi vitali, disposti tutti, o quasi, lungo le braccia, consentendo in alcuni casi anche una riproduzione da un braccio spezzato privo di parti di “disco centrale”.

STELLE DEL MEDITERRANEO – Il nostro mare è ricco di esemplari di questa specie, come anche di stelle serpentine (“ofiure”), che si differiscono da quelle marine per alcuni elementi di base, come le braccia tonde e meno schiacciate e il disco che più che un tutt’uno con le braccia è come un punto, distaccato, di collegamento tra esse. Generi comuni nei nostri fondali fangosi e sabbiosi sono l’Astropecten (molto bella quella aranciacus) e la Luidia Ciliaris, forse tra le più belle e grandi stelle del Mediterraneo, con i suoi 7 bracci e dimensioni anche di 70 cm. Un’ottima quantità di “stelle rosse” (Echinaster sepositus) poi si ritrova tra le rocce e le praterie di Posidonia (l’alga attorno alla quale si attorcigliano anche le code dei cavallucci marini). Ma le specie Mediterranee sono veramente tante e tutte differenti: Ophidiaster ophidianus, detta anche “stella serpente”, Marthasterias glacialis con le sue braccia robuste, Coscinasterias tenuispina con i suoi aculei, Sclerasterias richardi, di pochi centimetri e con 6 braccia, Brisingella coronata, una stella luminescente che vive in fondali profondi, poco prima degli abissi a cui è abituata la Anseropoda placenta, e l’Asterina gibbosa che, al contrario, vive in acque superficiali, nascosta facilmente dalle rocce per le sue piccolissime dimensioni.

MINACCE – Sebbene non ci siano tantissimi predatori che risultino pericolosi per le stelle marine c’è da dire che sono particolarmente sensibili ai batteri e ai parassiti, tant’è che sulle coste dell’America del Nord, negli ultimi anni, c’è stata una massiccia moria di questi animali. La causa potrebbe essere un batterio capace di lacerare il rivestimento esterno di questi organismi. La diffusione del batterio, a sua volta, sarebbe causata dal riscaldamento globale o dall’inquinamento. Secondo l’ecologo marino Carlo Nike Bianchi (Università di Genova) la scomparsa delle stelle marine rappresenterebbe un problema serio per il ruolo chiave rivestito nell’equilibrio degli ecosistemi. Tra l’altro, a causa della conformazione del sistema vascolare, gli echinodermi non sono in grado di filtrare le tossine e gli agenti inquinanti, per cui risultano particolarmente vulnerabili all’inquinamento delle acque e dell’aria. Altro elemento da non sottovalutare è il danno “umano”. Molto spesso, d’estate, spopolano le foto sui social network che ritraggono stelle marine tra le mani di qualcuno. Quello che non si sa è che, una volta tirata fuori dall’acqua, questa simpatica abitante dei mari è praticamente spacciata: ingloba, infatti, aria dalla bocca senza riuscire più a liberarsene. Finirà per morire anche se rimessa in acqua dopo pochissimo tempo. Qualora si volesse raccogliere una stella marina lo si può fare con l’utilizzo di un sacchetto di plastica da riempire sott’acqua, in modo che non si creino bolle d’aria, ma la cosa migliore rimane sempre ammirarle nel loro habitat senza disturbarle, assistendo a quello che è, in fondo, lo spettacolo migliore che c’è: la Natura.