di Alessandro Napolitano

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il boss Polverino all’aeroporto di Roma, dopo l’estradizione dalla Spagna

QUARTO – Una nuova batosta giudiziaria per il boss Giuseppe Polverino. Il giudice Roberta Zinno ha condannato Peppe ‘o barone a 13 anni e 10 mesi di carcere per traffico internazionale di stupefacenti, reato aggravato dalla finalità mafiosa. Assieme al capo indiscusso dell’omonimo clan sono state condannate per lo stesso reato altre 27 persone, tutte ritenute affiliate al clan che per anni ha gestito il malaffare tra Quarto e Marano. Giuseppe Polverino era già stato condannato in Appello a 17 anni di detenzione per associazione di stampo mafioso lo scorso mese di luglio. Aveva scelto il rito abbreviato e in primo grado di anni di carcere ne aveva avuti 20. In totale, al termine dell’ultima udienza, il giudice ha comminato 279 anni di carcere per tutti gli imputati.

AFFARI IN SPAGNA – Un clan che deve le sue fortune proprio prevalentemente al traffico di hashish dalla Spagna. Fu proprio nel Paese iberico che Polverino venne catturato dalla Guardia Civil spagnola, il 7 marzo del 2012. Assieme al boss venne bloccato anche Raffaele Vallefuoco. Un’operazione congiunta con i carabinieri, conclusasi con un spettacolare accerchiamento dei due latitanti dagli agenti in abiti borghesi. «E’ finita» disse l’allora introvabile padrino a chi lo aveva appena immobilizzato per strada, a Jerez de la Frontera. Nella sua abitazione spagnola gli agenti trovarono nascosti decine di migliaia di euro. Il trasferimento in Italia avvenne dopo circa due mesi, a maggio. Poi la scelta di farsi processare con il rito abbreviato, a differenza di tanti altri affiliati. E le due severissime condanne a distanza di pochi mesi l’una dall’altra. Il traffico di stupefacenti, in particolare dell’hashish, è per il clan Polverino l’entrata che negli anni avrebbe permesso all’organizzazione di creare un vero e proprio impero economico.

IL SISTEMA – I soldi da investire per l’acquisto dello stupefacente sarebbero stati reperiti negli anni anche grazie a imprenditori e grossi commercianti, non affiliati al clan, ma che grazie all’organizzazione riusciva a moltiplicare in pochissimo tempo il denaro investito. Così i magistrati dell’Antimafia spiegano il sistema di raccolta dei fondi per il traffico di stupefacenti dalla Spagna all’Italia. «In genere, si usa raccogliere una consistente somma di danaro tra affiliati al clan e facoltosi commercianti e, a carico giunto a destinazione a bordo di auto, camion o navi, la cifra puntata raddoppia o triplica nel giro di pochi giorni. In caso di perdita del carico di droga (per arresto dei corrieri e sequestro del carico) non si deve però pretendere la restituzione della puntata, che si intende persa definitivamente».