QUARTO – Negli ultimi 15 anni ha riassaporato la libertà solo per pochi mesi, prima di tornare a delinquere in nome del clan. Un destino, quello di Nicola Palumbo, che l’uomo si è scelto da solo e che non ha mai voluto mutare. Nato a Quarto 53 anni fa, nella cittadina flegrea ha iniziato fin da giovane ad avvicinarsi alla criminalità organizzata, divenendo uno degli uomini più temuti dell’ala quartese dei Longobardi-Beneduce.

CIBO VIETATO IN CELLA  – A tenerlo lontano per ben 13 anni dalla “strada”, l’arresto del 2003, quando a finire in manette furono decine di capi e gregari dell’organizzazione, accusati e condannati per le estorsioni al mercato ittico di Pozzuoli. Durante la detenzione nel carcere di Trapani, nel 2008, nei suoi confronti venne emessa un’altra ordinanza di custodia cautela per corruzione di un agente della penitenziaria: avrebbe cercato di far introdurre nella casa circondariale generi alimentari vietati.

L’UNICO SPRAZZO DI LIBERTÀ – Conosciuto come “Faccia abbuffata”, Palumbo torna libero nel 2016. Ma poco dopo arriva un’altra indagine, riguardante il suo coinvolgimento in un tentativo di estorsione ai danni di una coppia di coniugi assegnatari di un alloggio popolare. In primo grado Palumbo viene condannato a quattro anni. Torna in cella, ricevendo nelle scorse settimane un’altra mazzata: 20 anni di detenzione per la partecipazione al gruppo emergente guidato dai fratelli Ferro, “eredi” della vecchia guardia.

A RISCHIO ERGASTOLO – Ed il prossimo autunno si concluderà un altro processo nei suoi confronti, con un’accusa pesantissima: concorso in duplice omicidio. L’assassinio riguarda quello dei boss Domenico Sebastiano e Raffaele Bellofiore, trucidati nel 1997 da un commando che, secondo l’accusa, vedrebbe tra i partecipanti anche Palumbo. Rischia l’ergastolo assieme agli altri tre imputati Gennaro Longobardi, Gaetano Beneduce e Salvatore Cerrone.