di Alessandro Napolitano

utero in affittoPOZZUOLI – Un sogno cullato a lungo, quello di poter avere finalmente un figlio. E un viaggio all’estero, dove poter praticare una surrogazione di maternità. Vale a dire prendere “in affitto” un utero di un’altra donna. Senza minimamente immaginare che al rientro in Italia avrebbero subito un processo penale, nonché perquisizioni e sequestri, fino ad arrivare all’esame del Dna. E’ quanto vissuto da una coppia di puteolani che non potevano avere figli. La loro unica speranza era, appunto, un utero in affitto lì dove le leggi locali sono più permissive in materia: l’Ucraina. La vicenda dal punto di vista giudiziario si è appena conclusa con una assoluzione piena per i due genitori e ora la sentenza a loro favore rischia di diventare un precedente importante. Soprattutto per la legge la cui violazione era stata contestata ai due, la 40 del 2004 in tema di procreazione medicalmente assistita.

 

LE ACCUSE – La coppia doveva rispondere anche di tre accuse di falso, cadute anch’esse. L’accusa aveva chiesto per i genitori, entrambi imputati, un anno e sei mesi di reclusione. A costituirsi parte civile il Comune di Pozzuoli, accodatosi poi alle richieste del pubblico ministero. Secondo il pm, oltre a violare la legge 40 praticando la surrogazione di maternità, la coppia si sarebbe macchiata tre volte del reato di falso: nei confronti dell’ambasciata italiana di Kiev, del suo ufficio di stato civile e degli uffici preposti del Comune di Pozzuoli. La Procura di Napoli aveva anche chiesto al Ministero della Giustizia l’autorizzazione a procedere per reati commessi all’estero.

 

L’INCUBO – Intanto i due, che avevano fatto inpiantare gli ovuli fecondati nell’utero della donna ucraina, subivano una perquisizone domiciliare, con il sequestro di pc, telefoni cellulari e con la sottoposizione all’esame del Dna. Secondo l’accusa i due imputati «falsamente dichiaravano e attestavano di essere i genitori naturali del piccolo»; denunciavano attraverso la Cancelleria consolare di Kiev «come proprio il figlio nato in realtà da fecondazione eterologa» facendo «falsamente risultare il piccolo quale figlio naturale» della coppia; ed infine, altra accusa di falso «per aver indotto mediante inganno» il Comune di Pozzuoli a formare un atto di nascita falso. Era anche partita una rogatoria internazionale per l’acquisizione degli atti in Ucraina. Pe ril giudice non c’è stata alcuna violazione della legge 40: «la surrogazione di maternità non viene considerata come forma di procreazione assistita di tipo eterologo», aggiungendo nella sentenza di assoluzione che «la coppia di coniugi con un problema di fertilità assoluta si è avvalsa della normativa più permissiva dettata dalla legge ucraina» e che «la stessa Corte riconosce che i cittadini italiani potevano e possono recarsi all’estero per fare ricorso alla procreazione assistita».

 

NESSUN REATO – Il giudice, poi, spiega che si tratta di una «condotta realizzata non per fini di lucro ma per realizzare quel desiderio, costituzionalmente garantito, di diventare genitori». Inoltre ha fatto riferimento anche ad una sentenza della Consulta del 2014 che ha dichiarato illegittimi alcuni articoli della legge sulla procreazione assistita. Per quanto riguarda poi i reati di falso, il giudice spiega che i due non hanno «attestato nulla ma solo chiesto la trascrizione producendo un atto ufficiale» e che non c’è «alcuna alterazione dello stato civile». Al centro della querelle il certificato rilasciato dalla “madre surrogata” con il quale veniva anche indicato che lei aveva solamente partorito il piccolo, mentre il padre e la madre erano i due puteolani.