POZZUOLI – Trent’anni fa l’omicidio di Rosario Ferro, all’epoca capo indiscusso della mala flegrea. Un assassinio che ancora una volta, così come accaduto ciclicamente nella camorra di Pozzuoli, avrebbe cambiato decisamente gli equilibri criminali della zona. Noto come “Capatosta”, Ferro era anche il fratellastro del boss Gaetano Beneduce, oggi detenuto con una condanna a 30 ani di carcere. Era il 7 novembre del 1988 quando Rosario Ferro venne freddato in via delle Colmate, nella frazione di Licola. Ma perché venne ucciso? Per capire meglio i motivi di quell’eliminazione eccellente bisogna fare un passo indietro, nel pieno degli anni ’80. A tenere in mano le redini della mala non c’era soltanto Ferro. Con lui un altra figura apicale della camorra puteolana dell’epoca e che avrebbe condiviso con Capatosta non solo il potere, ma anche il destino.

IL BOSS – Parliamo di Giovanni Di Costanzo, trucidato l’anno dopo in quella che è nota come strage del Molosiglio, nel circolo Canottieri di Napoli. Due, quindi, i gruppi in azione, separati anche per zone: a Toiano Di Costanzo con personaggi come Domenico Sebastiano e Domenico Bellofiore; a Monterusciello Ferro con Gaetano Beneduce, Gennaro Longobardi, Nicola Palumbo e Salvatore Cerrone. Da spartirsi al 50% c’erano gli introiti derivanti dall’attività estorsiva nei confronti di imprenditori edili, gestori dei lidi balneari, ristoratori e commercianti del mercato ittico. Un accordo definito dal collaboratore di giustizia Carmine Toscanese “di facciata”.

L’UCCISIONE – Secondo il pentito, deceduto pochi anni fa, Di Costanzo prese la decisione di fare fuori il “socio in affari”. Si tentò invano di convincerlo però a non partecipare al delitto, per preservarlo. Ma secondo le dichiarazioni del collaboratore le cose andarono in maniera diversa. Di Costanzo era «il nostro capo e colui che aveva i rapporti con tutti gli altri clan nostri alleati, ma lui insistette proprio in virtù dell’odio che provava verso il Ferro, proprio in virtù di questa antica ruggine». Questo il racconto dell’omicidio fornito da Toscanese: «Nonostante i colpi lo avessero attinto, il Ferro continuava a scappare, ma fu raggiunto dal Di Costanzo che si tolse il cappuccio che indossava, prima gli sputò e poi gli sparò alla nuca con il fucile».

L’ASCESA – Dunque, un omicidio per permettere l’avanzata indisturbata dell’altro gruppo, tra l’altro quello in cui militavano Longobardi e Beneduce. Dopo l’eliminazione di Di Costanzo l’anno dopo quella di Ferro, sarebbero stati proprio quei due dominare per molti anni, seppure entrando in conflitto a metà degli anni Duemila. Anni contrassegnati dall’arresto di Gennaro Longobardi e dalla latitanza di Gaetano Beneduce. Entrambi ora rischiano l’ergastolo per il duplice omicidio di Domenico Sebastiano e Domenico Bellofiore.