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Curiosità

POZZUOLI/ Primi d’Autore: al Covo di Leo la cucina diventa racconto di famiglia

POZZUOLI/ Primi d’Autore: al Covo di Leo la cucina diventa racconto di famiglia
  • Pubblicato18 Maggio 2026

POZZUOLI – Ci sono luoghi in cui si entra per riconoscere qualcosa. Una maniera di stare a tavola, un tono della voce, una familiarità che precede il piatto e che, in qualche modo, lo prepara. Il Covo di Leo, a Pozzuoli, appartiene a questa categoria di indirizzi: realtà flegrea conosciuta per una cucina di impronta italiana, mediterranea, campana, con una forte vocazione alla carne e alla tradizione, in un ambiente che ha costruito nel tempo una propria identità conviviale. Tra le immagini più rappresentative compaiono Leopoldo, Francesco e Salvatore Valentino, volti familiari di una realtà che sembra aver fatto dell’accoglienza un linguaggio. È forse da qui che bisogna partire per raccontare la cena stampa “Primi d’Autore”, tenutasi mercoledì 13 maggio 2026, serata organizzata in collaborazione con la giornalista Veronica Caprio e l’agenzia pubblicitaria “Tipi social”, in occasione della presentazione del nuovo menù. L’immagine che vince è l’idea che precede ciò che è arrivato in tavola: la cucina come prosecuzione di una casa, la sala come luogo in cui il cliente è coinvolto in un clima di appartenenza.

I VINI – Lo stesso filo conduce a Masseria Piccirillo, azienda vitivinicola ed eno-agrituristica di Caiazzo, chiamata ad accompagnare la serata con i suoi vini. Anche qui la parola famiglia non è una struttura portante e non semplicemente un ornamento narrativo. La storia della Masseria inizia nel 1998 con Carmine Piccirillo, viticoltore e vinificatore, insieme alla moglie Claudia e al figlio Giovanni; oggi Giovanni, dopo gli studi enologici tra Napoli, Bordeaux, Champagne e Canada, è rientrato in azienda per proseguire il lavoro familiare.  La cantina lavora su circa quattro ettari vitati, dedicati soprattutto a Pallagrello Bianco, Pallagrello Nero e Casavecchia, vitigni autoctoni dell’Alta Campania, riscoperti e valorizzati come espressione identitaria del territorio. Due famiglie, dunque. Due modi diversi di intendere la tavola: da un lato il ristorante flegreo, con la sua cucina generosa, diretta, popolare nel senso più nobile del termine; dall’altro una masseria caiatina dove la vigna, l’orto e la cucina raccontano un’idea agricola, concreta, paziente. In comune, la volontà di non ridurre l’esperienza gastronomica a una sequenza di portate, ma di farne racconto, memoria, relazione.

L’ESPERIENZA – La serata si è aperta con una degustazione di antipasti pensata come una piccola geografia del gusto. Il fagottino al tartufo nero, scrigno di pasta sfoglia dorata con cuore cremoso di ricotta e spinaci, ha introdotto subito un registro caldo, avvolgente, quasi domestico, impreziosito dal profumo deciso del tartufo. La parmigiana in doppia cottura ha giocato invece su un equilibrio più vivace: melanzane dorate, fritte e poi ripassate al forno, con la freschezza inattesa della salsa chimichurri a spezzare l’intensità del piatto. Più contemporaneo il pulled bao, morbido bao al vapore farcito con pulled pork e scarola saltata: una contaminazione dichiarata, internazionale nella forma ma partenopea nell’anima. Le croquetas di carbonara hanno portato in tavola un boccone immediato, croccante fuori e cremoso al cuore, mentre il crudo di Angus, esaltato dalla croccantezza del sale Maldon e dalle zeste di limone, ha spostato il racconto su una maggiore pulizia gustativa. A chiudere il percorso degli antipasti, il maiale in agrodolce, la sfera di scottona con vellutata crema di zucca e chips di pane, e la bombetta di maiale, succosa e ravvivata ancora dalla salsa chimichurri. Una partenza ricca, costruita su contrasti riconoscibili: morbidezza e croccantezza, dolcezza e acidità, tradizione e piccole aperture internazionali.

LA CENA – In abbinamento, Masseria Piccirillo ha proposto il suo Spumante Prima Gioia, metodo classico da Pallagrello Bianco, nella versione millesimata 2022 con 36 mesi sui lieviti e nella magnum millesimata 2020 con 60 mesi sui lieviti. Un vino particolarmente significativo per l’azienda, che viene presentato come il primo spumante da uve Pallagrello Bianco nel percorso della Masseria.  La scelta ha dato alla parte iniziale della cena una spalla fresca, verticale, capace di sostenere la ricchezza degli antipasti senza sovrastarla. Il cuore della serata, come suggeriva il titolo stesso, è arrivato con i primi. Il fusillone alla lardiata, piatto di carattere, grasso, popolare, schietto. Qui il dialogo con I Calaia Casavecchia 2024 è sembrato il più territoriale: la pasta come materia, il condimento come memoria, il vino come radice. Il Casavecchia, insieme al Pallagrello, è uno dei vitigni su cui Masseria Piccirillo ha costruito la propria identità produttiva, restando fedele a un’idea di Alta Campania non generica, ma precisa, riconoscibile. Il tortello al ragù di coniglio ha spostato il registro verso una cucina più raccolta, quasi da memoria contadina rivisitata: pasta ripiena, ragù bianco, delicatezza della carne e profondità del fondo. A sostenerlo, l’Arausta Pallagrello Nero 2022, capace di accompagnare la parte sapida e leggermente selvatica del piatto senza appesantirne la lettura. Infine, gli ziti alla Genovese, piatto profondamente campano, hanno rappresentato probabilmente il momento più identitario: una preparazione lenta, carnosa, paziente. In abbinamento, il Beati Colli Pallagrello Bianco 2025, vino che richiama già nel nome le colline di Caiazzo su cui nasce la Masseria. Il finale dolce ha affidato la chiusura a due classici rivisitati: tiramisù e cheesecake.

IL SENSO – Una conclusione coerente con l’intera serata: riconoscibile ma non immobile, confortevole ma non scontata. Perché il senso di “Primi d’Autore” è stato quello di di rimettere in movimento la tradizione portandola dentro una forma più attuale, più dinamica, più dialogante senza mai allontanarsi. Alla fine, ciò che è l’impressione di due realtà che si sono incontrate intorno a una stessa idea: la famiglia come primo luogo del gusto. Famiglia come origine, come metodo, come responsabilità. Al Covo di Leo questa idea passa attraverso la sala, il servizio, la generosità della tavola. E quando cucina e vino riescono a parlare questa stessa lingua, la cena smette di essere un evento e diventa racconto. Un racconto di territorio, di mani, di memoria. E soprattutto di persone che, prima ancora di servire un piatto o versare un calice, provano a far sentire chi arriva come parte di una casa.

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