Carlo Avallone

POZZUOLI – A distanza di tre mesi sono state rese note le motivazioni della sentenza di primo grado che hanno portato alla condanna di Carlo Avallone, noto nell’ambiente come “il fantasma“. Per lui 16 anni di reclusione e – una volta espiata la pena – la misura di sicurezza della libertà vigilata per tre anni. «L’imputato ha esploso molteplici proiettili a raffica da un’arma utilizzata mentre era su di una moto in movimento. L’esplosione è avvenuta a breve distanza dalla vittima (Raffaele Grieco ndr) e almeno tre proiettili, secondo quanto emerge inequivocabilmente dalla comparazione tra i rilievi relativi ai fori rilevati sul muro esterno del locale e le immagini riprese dalle telecamere, sono andati ad impattare ad un’altezza, ed in un punto, dove la persona offesa abbassandosi aveva cercato riparo. Quanto all’intenzionalità soggettiva della condotta vanno prese in considerazione la micidialità dell’arma utilizzata, le modalità dell’azione – che veniva iniziata nel momento in cui il Grieco si trovava allo scoperto in un posto dove non aveva possibili ripari – il numero dei colpi esplosi e la loro direzione». Così i giudici della VI sezione collegiale del Tribunale di Napoli hanno motivato la sentenza con la quale hanno condannato il 32enne di Pozzuoli, ritenuto responsabile di tentato omicidio, tentata estorsione e detenzione e porto di armi.

L’AGGUATO A “PALLONE” – L’agguato a Raffaele Grieco, condannato con sentenza definitiva per associazione di tipo mafioso e ritenuto vicino ai Longobardi-Beneduce, fu messo a segno il 23 novembre del 2017: la vittima, alias Pallone, riuscì a salvarsi dalla pioggia di proiettili dietro una colonna di una palazzina di via Saba, a Monterusciello. Per gli inquirenti a premere il grilletto fu Avallone, ritenuto responsabile anche di detenzione e porto abusivo di armi perché trovato in possesso di una mitraglietta e di numerose munizioni da guerra. Secondo quanto ricostruito dal collaboratore di giustizia Teodoro Giannuzzi tra Grieco ed Avallone non scorreva, infatti, buon sangue in quanto l’aspirante boss temeva che Grieco fosse una spia di Gennaro Longobardi. «Avallone non si fidava di Lello – si legge in una delle rivelazioni fatte dal pentito – . Pure quando andavamo a mangiare da mio cugino (locale in via Napoli ndr), qualche volta che siamo scesi, siamo dovuti scendere armati per paura che Lello poteva avvisare Gennaro Longobardi che stavamo nel ristorante».

LE MINACCE ALL’AMBULANTE – Nel mirino del “fantasma” anche un ambulante del mercatino rionale di Monterusciello, minacciato l’8 novembre del 2017 con una pistola perché gli consegnasse l’incasso della vendita del caffè. Numerosi colpi di pistola furono esplosi pure contro il furgone, un Fiat Ducato, di proprietà del venditore. «Può essere riconosciuto il vincolo della continuazione tra le condotte accertate in quanto in considerazione delle modalità e del contesto spazio temporale di consumazione appaiono poste in essere in esecuzione di un medesimo disegno criminoso», scrivono i giudici che riconducono il tentativo di estorsione e il tentato omicidio alla figura di Avallone.

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA – Carlo Avallone finì con le manette ai polsi nel giorno della Vigilia di Natale di due anni fa: fu scovato dai reparti speciali del Gis dei carabinieri e dai militari dell’Arma della Compagnia di Pozzuoli in una villetta di Pescopagano. Il 32enne aveva fatto perdere le tracce di sé per sei mesi e si era rifugiato a Castel Volturno. Nel dispositivo della sentenza i giudici osservano che «deve ritenersi in definitiva decisamente plausibile che Carlo Avallone, a seguito dell’arresto di Gennaro Longobardi, avvenuto nell’aprile del 2017, approfittando del momento di debolezza che stava attraversando il clan per la detenzione dei soggetti apicali, della disponibilità di armi, di introiti derivanti dalle piazze di stupefacenti e di un gruppo di soggetto a lui fedeli, avesse deciso di affermare la supremazia del suo gruppo sul territorio di Monterusciello, ponendo in essere delle azioni dimostrative che avevano come obiettivo persone ritenute vicine ai Longobardi-Beneduce in modo da mandare un segnale all’organizzazione».