Bradisismo e cuore: oltre l’emergenza, quali possibili effetti sulla salute?
A cura del dottor Gerolamo Sibilio
POZZUOLI – Dopo l’ultima intensa scossa che ha nuovamente colpito i Campi Flegrei, l’attenzione è oggi inevitabilmente e giustamente rivolta alle conseguenze più immediate e drammatiche: alle persone costrette a lasciare le proprie abitazioni, ai gravi danni agli edifici, alle verifiche strutturali, all’assistenza alla popolazione e alla gestione del rischio vulcanico. A tutto questo si aggiungono pesanti ricadute sociali ed economiche, destinate probabilmente a protrarsi nel tempo. In un momento così difficile, parlare dei possibili effetti del bradisismo sulla salute cardiovascolare può apparire secondario. E certamente lo è rispetto alle urgenze di questi giorni. Ma guardare oltre l’emergenza immediata significa anche interrogarsi sulle conseguenze meno visibili di una crisi che, per chi vive nei Campi Flegrei, dura ormai da oltre vent’anni. L’incertezza, l’attesa e la paura, quando si ripetono e si protraggono nel tempo, possono rappresentare una fonte di stress persistente. Da qui nasce una domanda che non vuole, in alcun modo, ridimensionare la gravità dei problemi attuali: una esposizione così prolungata allo stress può avere conseguenze anche sulla salute cardiovascolare?
Una popolazione che convive con l’incertezza – La prima grande crisi bradisismica dell’epoca moderna si è verificata tra il 1970 e il 1972, al termine di una fase di sollevamento del suolo iniziata nel 1968 e che raggiunse complessivamente circa 177 centimetri, portando allo sgombero del Rione Terra. Ricordo ancora il periodo 1982-1984, quando lavoravo come giovane cardiologo presso il vecchio ospedale Santa Maria delle Grazie. «Ho ancora nelle orecchie il rumore sordo delle scosse che facevano oscillare i letti di degenza. Più della mia stessa paura, mi colpivano gli sguardi dei pazienti: alcuni chiedevano se fosse il caso di alzarsi, altri cercavano rassicurazioni mentre continuavano a essere curati per patologie cardiache acute. In quei momenti ho compreso che un terremoto non scuote soltanto gli edifici, ma anche il cuore e la serenità di chi lo vive.» In quegli anni si registrarono migliaia di terremoti, l’evacuazione dell’ospedale e di gran parte del centro storico di Pozzuoli. Tra il 1985 e il 2005 il suolo tornò gradualmente ad abbassarsi. Dal 2005 è iniziata una nuova fase di sollevamento, accompagnata negli anni da una crescente attività sismica. Le recenti forti scosse, con i danni materiali e il pesante impatto sulla vita quotidiana, hanno riportato ancora una volta i Campi Flegrei al centro dell’attenzione.
Cosa ci insegna la ricerca – La letteratura scientifica indica che un’esposizione a grandi terremoti e allo stress che ne consegue può associarsi, soprattutto nel periodo immediatamente successivo, a un aumento di alcuni eventi cardiovascolari. Studi condotti in particolare dopo importanti terremoti in Giappone hanno descritto incrementi di infarto miocardico, scompenso cardiaco, aritmie, crisi ipertensive e morte cardiaca improvvisa. È stato inoltre osservato un aumento della sindrome di Takotsubo, la cosiddetta “sindrome del cuore infranto”, nella quale un intenso stress emotivo può determinare una disfunzione acuta e generalmente reversibile del muscolo cardiaco.
Il caso dei Campi Flegrei è diverso – Il bradisismo presenta caratteristiche molto diverse da quelle di un singolo grande terremoto. Non si tratta di un unico evento traumatico, ma di un fenomeno che può protrarsi nel tempo, scandito da scosse ripetute, timore di nuovi eventi, possibili evacuazioni, incertezza sul futuro e disturbi del sonno. Potrebbe rappresentare un particolare modello di stress prolungato, sul quale si sovrappongono episodi di stress acuto in occasione delle scosse più intense. È una differenza sostanziale: il possibile impatto sulla salute potrebbe dipendere non solo dall’intensità del singolo evento, ma anche dalla ripetizione degli stimoli e dalla durata dell’esposizione.
Perché lo stress può mettere sotto pressione il cuore? – Il nostro organismo può attivare le proprie risposte di allarme non soltanto davanti a un pericolo immediato, ma anche quando una minaccia viene ripetutamente percepita o temuta. Lo stress può determinare l’attivazione del sistema nervoso simpatico, con aumento di adrenalina e noradrenalina, della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, oltre a modificazioni dei processi infiammatori e della coagulazione. Nei soggetti predisposti questi meccanismi possono contribuire a favorire eventi cardiovascolari acuti e aritmie. È come tenere il motore di un’automobile sempre ad alti regimi: all’inizio continua a funzionare, ma con il tempo aumenta l’usura dell’intero sistema. Non meno trascurabili sono gli effetti indiretti di uno stress persistente: insonnia, minore attività fisica, aumento del fumo e alimentazione meno equilibrata, con conseguenze potenzialmente più rilevanti nelle persone già affette da ipertensione, diabete o cardiopatia ischemica.
Una domanda che merita una risposta – Il bradisismo rappresenta innanzitutto una grande sfida geologica, sociale e di protezione civile, che richiede un impegno sinergico delle istituzioni locali, regionali e nazionali, una costante attività di prevenzione e risorse economiche adeguate.
La priorità, oggi, resta la sicurezza delle persone e il sostegno concreto a chi ha subito le conseguenze più gravi della crisi. Accanto a queste necessità, e senza sottrarre loro attenzione, esiste però anche una possibile dimensione sanitaria che merita di essere studiata. Sappiamo che grandi terremoti e lo stress ad essi associato possono aumentare, almeno nel breve periodo, il rischio di alcuni eventi cardiovascolari. Al momento, tuttavia, non disponiamo di evidenze specifiche che dimostrino un aumento delle malattie cardiovascolari nei Campi Flegrei direttamente attribuibile al bradisismo. È però biologicamente plausibile ipotizzare che un’esposizione così prolungata e ripetuta allo stress possa avere conseguenze anche sulla salute cardiovascolare. Servono quindi studi epidemiologici specifici, capaci di valutare nel tempo eventi cardiovascolari e altri indicatori di salute (quali pressione arteriosa, qualità del sonno, livelli di stress ecc.), confrontandoli con quelli di popolazioni meno esposte. Studiare questo possibile rapporto non significa creare allarmismo né aggiungere una nuova preoccupazione alle molte che la popolazione flegrea sta già affrontando. Significa cercare di capire se, accanto alle gravi conseguenze visibili del bradisismo, ne esistano altre meno evidenti sulle quali sia possibile intervenire. Le crepe nei muri si vedono e richiedono interventi immediati. Quelle che uno stress prolungato può lasciare sul cuore non sono altrettanto visibili. Ma anch’esse meritano di essere studiate, comprese e, se possibile, prevenute.





























