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San Gennaro e Pozzuoli: la città flegrea al centro della storia e del culto del santo

San Gennaro e Pozzuoli: la città flegrea al centro della storia e del culto del santo
  • Pubblicato19 Settembre 2026

POZZUOLI – San Gennaro è il patrono di Napoli, ma le sue ultime ore sono legate a Pozzuoli. È qui che le fonti cristiane collocano il martirio ed è qui che una memoria antichissima ha lasciato tracce nell’Anfiteatro Flavio, alla Solfatara, nel santuario e nelle opere d’arte del Rione Terra. Un legame che offre ai puteolani un motivo concreto d’orgoglio e restituisce alla città un ruolo centrale nella storia del cristianesimo campano.

POZZUOLI ROMANA – Per comprendere la vicenda di San Gennaro bisogna tornare all’inizio del IV secolo. Pozzuoli era allora Puteoli, una delle città portuali più importanti del Mediterraneo. Navi, merci, viaggiatori e idee arrivavano da ogni parte dell’Impero. Il cristianesimo era già presente sul territorio da molto tempo: quando Paolo di Tarso sbarcò qui, intorno all’anno 61, trovò una comunità di fedeli e rimase con loro per una settimana prima di partire per Roma. Poche città italiane possono vantare un legame così antico con le origini cristiane. Anche per questo la storia di Gennaro non si svolge in un luogo secondario, ma in un centro ricco, popoloso e strategico. Gennaro, in latino Ianuarius, fu probabilmente un vescovo della Campania. Le scritture lo indicano come vescovo di Benevento. Visse durante il governo di Diocleziano, in un periodo difficile per le comunità cristiane. Nel 303 l’imperatore ordinò la distruzione dei luoghi di culto e la confisca dei testi sacri. Nel 304 fu imposto agli abitanti dell’Impero di partecipare ai riti pubblici in onore degli dèi romani. Il sacrificio poteva consistere nel bruciare incenso, nel versare vino su un altare o nell’offrire un animale. Per i cristiani significava rinnegare pubblicamente la propria fede; chi rifiutava rischiava l’arresto, la tortura o la morte. Le persecuzioni non ebbero la stessa intensità in tutte le province. In diverse zone, però, vescovi, sacerdoti e diaconi furono arrestati. In questo contesto si colloca il martirio di Gennaro, tradizionalmente datato al 19 settembre 305. Il giorno della festa è attestato da calendari cristiani molto antichi; l’anno preciso della morte resta meno certo. La prima testimonianza scritta conosciuta risale al 432. Il presbitero Uranio ricorda Gennaro come vescovo e martire. Questo documento non racconta il processo, ma dimostra che, poco più di un secolo dopo la sua morte, il santo era già una figura importante per i cristiani della Campania.

L’ARRESTO DI SAN GENNARO – Il racconto più conosciuto si trova nella Passio sancti Ianuarii, un testo religioso composto almeno due secoli dopo i fatti. Non è un verbale giudiziario, ma conserva la memoria tramandata dalle comunità locali. Secondo la Passio, il primo a essere arrestato fu Sossio, diacono di Miseno. Gennaro andò a trovarlo insieme al diacono Festo e a Desiderio, incaricato di leggere le Sacre Scritture durante le celebrazioni cristiane. Il gesto costò loro la libertà: furono riconosciuti come cristiani e fermati. A quel punto, nella vicenda, entrò anche Pozzuoli. Procolo, diacono della città, protestò contro la condanna. Con lui furono arrestati Eutiche e Acuzio, due cristiani puteolani. Il racconto riunisce così sette martiri e collega quattro importanti comunità della Campania: Benevento, Miseno, Pozzuoli e Napoli. Le versioni non concordano su ogni particolare. In alcuni testi il giudice si chiama Dragonzio, in altri Timoteo. Alcuni racconti aggiungono torture e condanne miracolose. Gli studiosi hanno anche ipotizzato che i sette martiri siano morti in momenti diversi e che siano stati riuniti in seguito in un’unica narrazione. Al di là delle differenze, Pozzuoli emerge come il punto in cui queste memorie si incontrano. La città non fa da sfondo alla vicenda, ma è la comunità rappresentata da Procolo, il diacono che, secondo la tradizione, ebbe il coraggio di opporsi alla sentenza e che condivise la sorte di Gennaro.

SAN GENNARO E L’ANFITEATRO FLAVIO – La tradizione racconta che Gennaro e i compagni furono condannati ad bestias, cioè a essere esposti agli animali feroci nell’Anfiteatro Flavio. Il monumento puteolano era adatto a spettacoli di questo tipo. Costruito nel I secolo, possedeva un complesso sistema di corridoi, gabbie e montacarichi. Visitando oggi i sotterranei è possibile comprendere la grande organizzazione necessaria per portare nell’arena uomini, animali e apparati scenici. Secondo il racconto religioso, un leone e un orso si sarebbero calmati davanti a Gennaro anziché assalirlo. Il giudice avrebbe quindi modificato la condanna e disposto la decapitazione. Non esistono prove archeologiche che confermino la presenza del santo nell’anfiteatro. Il legame fra Gennaro e il monumento ha comunque attraversato i secoli, diventando parte della cultura e dell’arte di Pozzuoli. La testimonianza più celebre è il grande dipinto realizzato da Artemisia Gentileschi tra il 1635 e il 1637. Nel San Gennaro nell’Anfiteatro di Pozzuoli, il vescovo appare in piedi davanti agli animali ormai mansueti. La tela fu dipinta per la Cattedrale puteolana ed è una delle opere più importanti della lunga carriera dell’artista. Dopo anni di restauro e conservazione a Napoli, il quadro è tornato nel 2014 nella Cattedrale del Rione Terra. Oggi Pozzuoli custodisce quindi non soltanto il luogo cui la tradizione collega l’episodio, ma anche uno dei suoi più grandi racconti per immagini.

DALL’ANFITEATRO ALLA SOLFATARA – Dopo la mancata esecuzione, Gennaro e i compagni sarebbero stati condotti alla Solfatara, nell’area anticamente chiamata Forum Vulcani. Qui, secondo la tradizione, furono decapitati il 19 settembre del 305. Il collegamento generale fra il martirio e Pozzuoli è molto antico e ritenuto plausibile dagli studiosi. Non è possibile dimostrare che l’esecuzione sia avvenuta nel punto preciso indicato oggi dalla devozione. Resta però un dato importante: già le antiche memorie cristiane indicavano nel territorio puteolano il luogo della morte del santo. Questo significa che Napoli custodisce le principali reliquie e le ampolle, mentre Pozzuoli custodisce la geografia del martirio. L’anfiteatro e la Solfatara rendono visibile una vicenda che altrove è ricordata soprattutto attraverso reliquiari e celebrazioni. Anche la storia di Eusebia, la donna che avrebbe raccolto il sangue in due ampolle, risale ad una fase più tarda. La prima testimonianza sicura della liquefazione a Napoli risale al 1389. Una cronaca del 1382 raccontava già di diversi prodigi attribuiti a Gennaro, ma non menzionava ancora le ampolle. Secondo la tradizione, il corpo venne inizialmente sepolto nelle campagne vicine a Pozzuoli e in seguito trasferito nelle catacombe napoletane. Le reliquie passarono poi a Benevento e a Montevergine, prima di tornare a Napoli nel 1497. La celebrazione napoletana di maggio ricorda la traslazione del santo dal territorio puteolano.

IL SANTUARIO – Fra il 1574 e il 1580, vicino alla Solfatara, furono costruiti la chiesa e il convento dei Cappuccini dedicati a San Gennaro. Il luogo divenne il principale centro della devozione puteolana. Il complesso fu ampliato all’inizio del Settecento. Nella notte fra il 21 e il 22 febbraio 1860 un incendio causò danni gravissimi. La ricostruzione, diretta dall’architetto Ignazio Rispoli, ricevette anche il sostegno dei cittadini di Pozzuoli. È un episodio significativo: la comunità non considerava il santuario un monumento lontano, bensì un bene da salvare e restituire alla città. Nel 1945 il santuario divenne parrocchia. Al suo interno sono custoditi una statua medievale di San Gennaro, attribuita al XIII secolo, una tela di Pietro Gaudioso, realizzata intorno al 1678, e un bassorilievo del martirio, attribuito a Lorenzo Vaccaro e datato al 1695. Le decorazioni della volta, eseguite da L. Tammaro, risalgono al 1926. Il santuario è quindi un piccolo scrigno della storia artistica flegrea. Ogni opera racconta come diverse generazioni hanno immaginato e ricordato il martirio.

IL PRODIGIO DELLA PIETRA INSANGUINATA – All’interno del Santuario, nella cappella di destra, si conserva la famosa pietra di San Gennaro. Secondo la tradizione, sarebbe il ceppo su cui il vescovo fu decapitato. La devozione popolare sostiene che le macchie scure presenti sulla superficie diventino più rosse nei giorni vicini alla festa. Lo studioso puteolano Ennio Moscarella propose una spiegazione diversa. Il manufatto sarebbe una parte di un altare paleocristiano, forse del VI secolo. Le variazioni di colore potrebbero dipendere da pigmenti, cera, luce, calore e umidità. Ma anche se non fosse il ceppo della decapitazione, la pietra conserverebbe un grande valore: potrebbe essere la testimonianza materiale di un antico luogo di culto cristiano. Alla statua medievale sono legati altri racconti puteolani. Uno narra che il suo naso fu tagliato dai corsari e poi ritrovato in mare. Un altro racconta che durante la peste del 1656 sul collo apparve un bubbone, che scomparve con la fine dell’epidemia. Non sono episodi storicamente verificabili, ma fanno parte della memoria religiosa e popolare della città.

UN LEGAME CHE CONTINUA – La storia di San Gennaro non appartiene soltanto al passato. Ogni 19 settembre il santuario ospita messe e celebrazioni, richiamando fedeli da Pozzuoli e da altri centri della Campania. L’anno scorso il Comune di Pozzuoli promosse un nuovo calendario religioso e civile. In quell’occasione molte preghiere furono dedicate al bradisismo e alle difficoltà vissute dalla popolazione flegrea. È forse l’immagine più chiara del rapporto contemporaneo fra il santo e la città: una memoria, nata nell’età romana, continua a raccogliere le preoccupazioni reali della comunità. San Gennaro non è il patrono principale di Pozzuoli. Quel ruolo appartiene a San Procolo, il diacono puteolano che la tradizione colloca accanto al vescovo nel momento del martirio. Proprio questa presenza rende la vicenda ancora più profondamente locale. La storia non parla soltanto di un santo arrivato da fuori, ma anche di un cittadino di Pozzuoli che ne condivise il destino. I puteolani possono guardare con orgoglio a questo patrimonio. Poche città riuniscono in uno spazio così vicino un grande anfiteatro romano, un antico luogo di culto, una tradizione cristiana secolare e un capolavoro di Artemisia Gentileschi. Pozzuoli non ha bisogno di contendere San Gennaro a Napoli. Il suo ruolo è già forte e riconoscibile: è la città che conserva i luoghi del martirio e la memoria dei compagni campani del santo. Napoli custodisce il culto più famoso. Pozzuoli custodisce i luoghi in cui quel culto affonda le proprie radici. È una pagina straordinaria della storia flegrea e merita di essere conosciuta, protetta e raccontata con orgoglio.