POZZUOLI – Per Giuseppe Valoroso, il poliziotto arrestato e poi assolto dall’accusa di aver favorito la fuga di un uomo del clan, si aprono nuove speranze di potersi riconoscere un giusto indennizzo per la misura cautelare che gli venne applicata. A deciderlo è stata la Cassazione, che ha annullato la sentenza della corta di Appello di Napoli del 16 febbraio del 2017 con la quale era stata respinta la richiesta di risarcimento. Per comprendere meglio la vicenda, bisogna fare un passo indietro nel tempo e precisamente all’agosto del 2006.

LA STORIA – L’allora 48enne venne arrestato assieme ad un collega con le accuse di concorso in favoreggiamento personale e rivelazione di segreto d’ufficio con l’aggravante (poi caduta) dell’aver agito a favore dell’organizzazione camorristica dei Longobardi-Beneduce. Per la cattura di uno degli affiliati, il destinatario di una custodia cautelare in carcere Giovanni Marfella, il poliziotto si era rivolto ad un “informatore”, un commerciante la cui attività era frequentata da uomini del clan. Una volta arrivati sul luogo indicato come “covo” in cui viveva Marfella, l’arresto non andò a buon fine in quanto il diretto interessato riuscì a fuggire. Secondo l’accusa, quella fuga fu favorita dalla “soffiata” dell’informatore doppiogiochista all’uomo da arrestare. In altre parole, il comportamento del poliziotto sarebbe stato negligente, al punto di non riconoscergli alcun diritto all’indennizzo nonostante la formula di assoluzione.

LA SENTENZA – Un giudizio, quest’ultimo, ribaltato dalla Suprema Corte che ha invece sottolineato che l’agente avesse agito senza dolo o colpa grave, rimarcando il fatto che «il “rischio” ineliminabile insito in operazioni di tal genere, in cui ci si rivolge ad informatori inevitabilmente contigui al mondo criminale che, pur se conosciuti dall’ufficiale di polizia, non possono garantire la massima affidabilità in termini di riservatezza della “confidenza” fornita». Dunque, una sorta di rischio del mestiere quello affrontato da Giuseppe Valoroso e nessuna condotta tale da non meritare un risarcimento. La Cassazione ha quindi annullato l’ordinanza della Corte di Appello, ordinando agli stessi giudici di esprimersi nuovamente sulla base dei rilievi formulati nell’ultima decisione.