POZZUOLI – L’«arte materica» di Vincenzo Aulitto, pittore e scultore puteolano, rappresenta per lo spettatore un viaggio fantasmatico verso le mete mitologiche e classiciste del territorio flegreo. Non è un caso che Erri De Luca, uno degli scrittori napoletani più à la page, gli abbia dedicato nel marzo del 2009 una lettera inserita all’interno del suo catalogo: «Miseno». L’inizio dell’epistola è frastornante: «Il promontorio di Miseno ha la forma di un cappello a falde larghe». È possibile ammirare, nella quasi totalità, le opere di Aulitto in una mostra permanente, che illustra il periodo creativo dal 1983 al 2018, presso la «Residenza Storica Villa Avellino» (via Carlo Maria Rosini, 21/29). Nelle sale del Palazzo cinquecentesco, si ripercorrono decenni di attività artistica, difatti i quadri tendono a rievocare la continua attività magmatica, come il luogo natio di Aulitto.

L’ARTE DELLA TOTALITÀ – Tante sono le creazioni suggestive, soprattutto partendo dai primordi del percorso d’ispirazione. Il quadro «Colonne sonore», che risale al 1983, è un omaggio alla terra d’origine puteolana. Il dittico raffigura una conchiglia affiancata da un’innovativa immagine del Serapeo nostrano. Le forme geometriche sono esaltate dai materiali usati ma, sovente, dalla pigmentazione ricercata dei colori utilizzati dalla tavolozza. La spiritualità si accentua di un lirismo quasi etereo, che rievoca i promontori marini. Archeologia, materia ed entità pelagiche sono gli ingredienti giusti, per elaborare una perturbante visione nel testimone attento. Con Aulitto l’arte viene colta da una profonda spiritualità e sentimento, sebbene ci sia un’intrinseca fascinazione collettiva nelle statue da lui proposte. Gli steli dalla forma affusolata sono, forse, il tratto distintivo del performer. L’artista diviene mago, in tutta la sua accezione di «evasore del principio di realtà». Il reale è banale, mistificatorio, pesante; l’arte è complessa, veritiera, leggera.

GLI STELI – I «Totem» sono autentici e diretti. Aulitto ha voluto effigiare un sentimento arcaico, a tratti primordiale. Fanno pensare alle pagine del saggio antropologico freudiano: «Totem e tabù», ove viene narrata la storia della civiltà occidentale. Quanto un uomo può essere legato alla sua matrice primitiva? La divinità viene accentuata con un riferimento al «San Giovanni Battista» leonardiano. Infatti, su uno stelo, l’artista mostra una mano con l’indice rivolto verso l’alto della sfera celeste. La quintessenza dello spirito divino viene dipinta nella sua modernità.

LA MANO DI DIO – È un tripudio di estetica la statua formata da: acrilico, terra, e pelliccia sintetica su legno, chiamata: «La mano di Dio». Non solo i materiali usati da Aulitto sono inusuali per un’opera, ma oltre a ciò, la forma piramidale colpisce l’occhio dell’osservatore. Qual è il vero senso della sacralità per un artista? E soprattutto, si possono ricongiungere cielo e terra? Il punto di incontro tra i due mondi è l’arte dell’immaginazione, che va oltre i sensi dell’orizzonte umano. Aulitto ci pone domande esistenziali, vitali, per il corso degli eventi di un individuo. Colpisce, inoltre, il quadro «La mia terra» creato con: acrilico, sabbia e terracotta su legno. Stupisce l’opera, non solo perché i materiali sono tutti flegrei, bensì per il realismo incantatore, che crea suggestioni nuove tramite la tridimensionalità della terracotta. Le mani sono la metafora dell’artista per eccellenza, ed ulteriormente lo strumento principale delle menti creative in qualsivoglia campo di conoscenza. Consiglio la visione della mostra, poiché Aulitto può stordire i sensi di ogni passante curioso.