Il pentito Antonio Ferro

POZZUOLI – E’ stata rinviata al mese prossimo la sentenza della corte di Appello di Napoli sul processo “Iron Men” che vede alla sbarra gli eredi di Longobardi e Beneduce: 60 affiliati ai tre gruppi di camorra che per 5 anni hanno agito per nome e per conto dello storico cartello criminale. Esaurite le arringhe difensive questa mattina nell’aula bunker del Carcere di Poggioreale, la lettura del dispositivo è stata rinviata a giugno in concomitanza con la scadenza dei termini di custodia cautelare. L’inchiesta ruota sui racconti di 5 pentiti e sulla figura dei fratelli Andrea e Antonio Ferro: il primo la mente, il secondo il braccio del clan che poi lasciò spazio a Nicola Palumbo prima del blitz del 2016. Durante il processo di I grado 49 persone sono state condannate e 11 assolte per un totale 542 anni di carcere inflitti contro i 674 richiesti dal pm della DDA Gloria Sanseverino: 20 anni di carcere per Nicola Palumbo alias “Faccia abbuffata”, Ras di Quarto e braccio destro di Longobardi; 18 anni e 4 mesi per il pentito Antonio Ferro e 17 anni e 4 mesi per il fratello Andrea. Batoste anche per i figli del boss Gaetano Beneduce, Massimiliano e Marco, entrambi condannati a 14 anni di carcere. Dal giorno dall’operazione Iron Men quasi tutti i 44 destinatari di ordini di custodia cautelare restano ancora in carcere.

Andrea Ferro

IL BATTESIMO – «Dopo gli arresti del 2010, mio fratello Andrea decise che bisognava organizzare un gruppo nostro per evitare che Pozzuoli finisse in mano ad altri clan e per mantenere i detenuti. Fu organizzato un incontro a Quarto, con parecchie persone, tutte scelte e convocate da mio fratello Andrea» furono le prime parole da pentito di Antonio Ferro. Insieme a lui e al fratello Andrea al nuovo clan aderirono vecchi e nuovi volti della malavita flegrea. Il pentito raccontò del summit che sancì la nascita del clan Ferro e i successivi incontri con i “maranesi”, su tutti Salvatore Liccardi detto “Pataniello”, Roberto Perrone e Salvatore Cammarota «Oltre me c’erano Alessandro Iannone che in quel periodo era latitante, Diego Scognamiglio, Paoletto Cozzolino….e se non sbaglio Raffaele Giogli…In quella riunione ribadimmo la necessità che su Pozzuoli dovevamo stare noi e ci dovevamo rendere più operativi. Dopo la riunione ci recammo –più o meno le stesse persone che stavamo alla riunione- da Pataniello…riferimmo a Pataniello che da quel momento su Pozzuoli c’eravamo noi e tale circostanza fu poi ribadita anche in successive riunioni con esponenti maranesi, e in particolare con Perrone Roberto e Cammarota Salvatore».

Nicola Palumbo

IL POTERE DEI FERRO – La scalata al potere criminale di Antonio Ferro, ritenuto la mente del gruppo, e del fratello Andrea era iniziata nell’estate del 2010 dopo l’operazione “Penelope” che portò in carcere ben 84 affiliati ai Longobardi-Beneduce. Da quel momento i due presero in mano le redini degli affari illeciti soprattutto a Pozzuoli e Quarto, approfittando del vuoto che si era venuto a creare. Anni segnati da aggressioni, minacce, pestaggi e attentati. Tutti dovevano sottostare ai fratelli Ferro: negozianti, commercianti dei mercatini rionali, spacciatori e perfino parcheggiatori abusivi. Tutti dovevano pagare o “lavorare” per conto del gruppo. Un’imposizione di forza sul territorio che portò i Ferro, in un’occasione, secondo il racconto dell’altro pentito Napoleone Del Sole, a dare una lezione ai figli del boss detenuto Gaetano Beneduce, Marco e Gaetano, picchiati davanti alla madre. Ed era proprio la violenza il “marchio di fabbrica” del clan Ferro, costretto poi a defilarsi nel 2014 in concomitanza con l’uscita dal carcere del RAS Nicola Palumbo “faccia abbuffata” che portò dalla sua parte alcuni uomini dei Ferro decimando il gruppo e imponendosi anch’egli sul territorio.