LA LETTERA – Caro Direttore, uscire a fare la spesa l’altra mattina probabilmente non era stata una buona idea. Gli straccetti elastici delle mascherine divoravano i volti di quei dieci o undici fantasmi che, lentamente ed in silenzio, si perdevano nei vagoni vuoti della Cumana. Qualcuno fissava il mio viso senza protezione come un animale strano: stavo cercando di esorcizzare la paura per Covid-19 ma non credo di esserci riuscita. Maria, con i suoi graziosi riccioli ramati, gli occhiali da sole tondi e la corporatura minuta, sembrava molto più piccola dei suoi 23 anni, ed era difficile non notarla mentre scendeva nella stazione semi-deserta di Arco Felice. Trascinava a fatica un borsone impermeabile di colore nero ed una grossa sacca. Imprecava, quasi disperata, contro tutti, contro il Coronavirus ed anche contro sé stessa. In questo clima surreale di follia collettiva la sua storia sembra uscita da una brutta fiction, poco in linea con quel clima di solidarietà e buonismo che i politici vogliono cucirci addosso. Mi ha raccontato che aveva una camera in affitto, in un appartamento di Via Napoli, di proprietà di una ex-insegnante ultra settantenne, che quei 250 euro al mese non le erano sembrati molti e le consentivano di potersi recare a lavorare, senza troppi problemi, in un locale del lungomare di Pozzuoli. Negli ultimi giorni, però, la sua attempata locatrice l’aveva costretta (forse a causa del suo lavoro a contatto con il pubblico) a rimanere rinchiusa nella sua stanzetta, ad indossare in casa guanti di lattice e mascherina e ad acquistare quantità industriali di disinfettanti ed igienizzanti. Poi due giorni fa, senza alcun preavviso, l’aveva messa alla porta con una scena madre degna di una sceneggiata, dicendole: “Te ne devi andare. Tu non ti rendi conto: io non voglio morire. Torna tra 15 giorni!”. Ma dove sarebbe dovuta andare a dormire quella ragazzina? Sotto un ponte o, nella migliore delle ipotesi, davanti al porticato di una chiesa? Il suo datore di lavoro le aveva dato una sistemazione temporanea, ma ora non trovava altra soluzione che quella di accettare l’ospitalità della famiglia del suo ragazzo. Mentre l’aiutavo a portare quel borsone, ero certa che anche i sogni e la voglia di non arrendersi vi erano riposti con cura e che pesavano più molto dei jeans, dei maglioni e degli abiti. Quella stretta di mano, a dispetto del virus, e quel “in bocca al lupo” formulato in fretta avevano cancellato quella sensazione di tristezza che mi aveva accompagnato in questi giorni di “quarantena forzata”.

Rosa Polito