POZZUOLI – «Nacque subito un buon rapporto tra noi». A dirlo è il collaboratore di giustizia Teodoro Giannuzzi che ha rivelato agli inquirenti di aver conosciuto Carlo Avallone, l’aspirante boss di Pozzuoli, nel 2010. L’incontro avvenne in cella nella casa circondariale di Poggioreale. Il pentito, in passato legato alla criminalità organizzata di Marano, ha anche precisato che tra i due ci fu una collaborazione nel campo degli stupefacenti e che le attività erano proseguite sino alla primavera del 2017. Secondo quanto riferito dal collaboratore di giustizia, Avallone coltivava il sogno di creare un proprio clan e di prendersi «tutta Pozzuoli».

LE ARMI – Il 32enne, noto nell’ambiente come “il fantasma”, viene dipinto da Giannuzzi come un amante delle armi: sembra che ne possedesse diverse anche nei pressi delle piazze di spaccio per timore di ritorsioni da parte dei Longobardi. «L’obiettivo di Avallone era quello di prendersi tutta Pozzuoli, di aggredire i Longobardi e i Beneduce e di riuscire a prendersi lui tutto il clan… Avallone era un amante delle armi. Quelle che gli servivano giornalmente erano intorno alle piazze di spaccio. Aveva minimo tre, quattro pistole che si potevano prendere subito, più armi più grandi tipo fucili mitragliatori», racconta il pentito.

LO ‘SCONTRO’ CON I LONGOBARDI – Giannuzzi ha dichiarato agli inquirenti che Avallone gestiva una piazza di spaccio di marijuana nei pressi di casa sua a Monterusciello ed un’altra dove venivano vendute “erba”, cocaina e hashish. Sempre dai racconti del collaboratore di giustizia è emerso che Gennaro Longobardi avesse chiesto al “fantasma” di versargli mensilmente degli introiti del traffico degli stupefacenti. Una richiesta, però, che non fu esaudita dal 32enne di Pozzuoli. Da qui il timore di subire ritorsioni. Giannuzzi ha anche precisato che Avallone non era legato alla criminalità organizzata locale: «Non faceva parte di nessun gruppo criminale; faceva solo droga per conto suo e aveva armi per conto suo».

LA SENTENZA – Per i reati di tentato omicidio, tentata estorsione e porto di armi, Carlo Avallone è stato condannato in primo grado a 16 anni di reclusione. Nel dispositivo della sentenza i giudici della VI sezione collegiale del Tribunale di Napoli osservano che «deve ritenersi in definitiva decisamente plausibile che Carlo Avallone, a seguito dell’arresto di Gennaro Longobardi, avvenuto nell’aprile del 2017, approfittando del momento di debolezza che stava attraversando il clan per la detenzione dei soggetti apicali, della disponibilità di armi, di introiti derivanti dalle piazze di stupefacenti e di un gruppo di soggetto a lui fedeli, avesse deciso di affermare la supremazia del suo gruppo sul territorio di Monterusciello, ponendo in essere delle azioni dimostrative che avevano come obiettivo persone ritenute vicine ai Longobardi-Beneduce in modo da mandare un segnale all’organizzazione».