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Curiosità

Il cuore, un motore instancabile. Ma cosa succede quando perde efficienza?

Il cuore, un motore instancabile. Ma cosa succede quando perde efficienza?
  • Pubblicato4 Novembre 2026

a cura del dottor Gerolamo Sibilio

Il cuore è sicuramente il motore più straordinario che conosciamo. Entra in funzione prima ancora della nostra nascita e continua a lavorare, giorno e notte, senza concedersi vacanze. Non lavora sempre alla massima potenza, ma è una pompa intelligente che adatta continuamente la propria attività alle necessità dell’organismo. Eppure, a differenza dei motori costruiti dall’uomo, non richiede pezzi di ricambio periodici, cambi d’olio o revisioni meccaniche. Ma, come ogni motore, anche quello cardiaco può andare incontro talora a problemi. 

Dal motore efficiente allo scompenso cardiaco. Una delle conseguenze più importanti della perdita di efficienza del cuore è lo scompenso cardiaco, una condizione che può compromettere profondamente la vita quotidiana. Mi viene subito in mente la storia di Angelo, un idraulico che conosco da oltre 25 anni, un artigiano attento e instancabile. È venuto al mio studio riferendo, da alcune settimane, un insolito affaticamento e fiato corto anche per piccoli sforzi lavorativi. Sintomi che aveva attribuito all’aumento di peso, a un’alimentazione disordinata e a uno scarso controllo della pressione arteriosa. La visita clinico-strumentale e gli esami di laboratorio hanno consentito una diagnosi di scompenso cardiaco, con un netto miglioramento grazie a una tempestiva terapia medica.         

Perché si manifesta lo scompenso cardiaco. Le arterie coronarie possono restringersi, riducendo l’apporto di ossigeno al muscolo cardiaco. La pressione arteriosa elevata può costringere il cuore a lavorare per anni contro una resistenza eccessiva, mentre le valvole possono non funzionare correttamente. Il muscolo cardiaco può così perdere forza oppure diventare troppo rigido. In queste condizioni il cuore cerca inizialmente di compensare le difficoltà, modificando la propria struttura e il proprio funzionamento. È una straordinaria capacità di adattamento che, nel tempo, può diventare insufficiente o addirittura controproducente. Quando il cuore non riesce più a riempirsi o a pompare sangue adeguatamente, oppure riesce a farlo soltanto con un aumento delle pressioni al suo interno, può svilupparsi lo scompenso cardiaco. Compaiono così affanno, stanchezza, ridotta tolleranza allo sforzo e gonfiore alle gambe: segnali che il cuore fatica a svolgere correttamente il proprio lavoro.                                                                                      

Lo scompenso cardiaco: una malattia sempre più diffusa. Lo scompenso è una sindrome clinica spesso cronica e progressiva, associata a frequenti ricoveri ospedalieri e a una qualità di vita compromessa. In Italia interessa centinaia di migliaia di persone, con stime che superano il milione di pazienti. Nella nostra regione si può ipotizzare che ne siano affette circa 90.000. È bene ricordare che, storicamente, la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è stata peggiore rispetto a quella di diversi tumori. Oggi si vive più a lungo e con una migliore qualità di vita, anche con un cuore danneggiato, grazie ai nuovi farmaci (i cosiddetti “pilastri della terapia dello scompenso”) e alle moderne tecnologie, come stent coronarici, defibrillatori e interventi valvolari transcatetere, utilizzati secondo le diverse necessità cliniche. L’aumento dei pazienti con scompenso cardiaco è legato anche all’invecchiamento della popolazione e ai progressi della medicina, che consentono una maggiore sopravvivenza ai pazienti affetti da malattie cardiovascolari.

Un cuore che perde forza o diventa più rigido. Esistono due forme principali. Nella prima, il ventricolo sinistro si contrae meno efficacemente e si riduce la frazione di eiezione, cioè la percentuale di sangue espulsa dal ventricolo (scompenso a frazione di eiezione ridotta). Nella seconda, la frazione di eiezione rimane normale, ma il cuore può diventare più rigido, con difficoltà di riempimento ed aumento delle pressioni cardiache (scompenso a frazione di eiezione preservata). La buona notizia è che un cuore che perde efficienza non è necessariamente un motore destinato a fermarsi. Oggi disponiamo di terapie innovative capaci di migliorare la funzione cardiaca, rallentare la progressione dello scompenso cardiaco, ridurre i ricoveri e, in molti pazienti, prolungare la vita.    

È importante intervenire prima. Nel recente Congresso della Società Europea di Cardiologia, tenutosi a Monaco di Baviera a fine agosto, con la partecipazione record di quasi 34.000 cardiologi, è stata valorizzata la distinzione dello scompenso cardiaco in quattro stadi (A, B, C e D). È fondamentale intervenire precocemente sui fattori di rischio (stadio A) e riconoscere eventuali alterazioni strutturali o funzionali del cuore, oppure specifiche anomalie di esami ematici (BNP o NT-proBNP), opportunamente valutate, anche in assenza di segni e sintomi della malattia (stadio B). Quest’ultimo identifica una condizione di pre-scompenso. L’obiettivo è prevenire la progressione verso lo scompenso clinico (stadio C) e quello avanzato (stadio D). Il messaggio della comunità scientifica è chiaro: passare dalla sola cura dello scompenso a una prevenzione più attenta, con riconoscimento precoce della malattia cardiaca e trattamenti personalizzati. Particolare attenzione va riservata anche alla malattia renale cronica e all’obesità, condizioni che favoriscono la comparsa dello scompenso cardiaco.

Conclusioni. Angelo ha avuto la fortuna di riconoscere in tempo i segnali di un cuore in difficoltà. Ma oggi la vera sfida della cardiologia è ancora più ambiziosa: intervenire prima che quei segnali compaiano. Perché la migliore manutenzione del nostro motore non comincia quando si guasta, ma quando funziona ancora bene.