NAPOLI – Un film sulla normalità, e soprattutto, sul simbolismo imperituro del valore familiare. La tristezza e la commozione del pubblico – presso il «Multicinema Modernissimo» – fa riflettere, dopo la proiezione della pellicola: «Ed è subito sera», tratta dal libro omonimo di Tonino Scala, con la regia di Claudio Insegno. L’opera cinematografica è stata mostrata prima ai parlamentari presso la Camera dei Deputati, pochi giorni dopo, invece, ha fatto piangere gli spettatori napoletani, e tutto il cast presente in sala. Il prodotto filmico, il cui titolo riprende l’inquieta e cruda poesia del Nobel Quasimodo, ha come soggetto la storia della vita di Dario Scherillo, vittima innocente della criminalità organizzata, la cui esistenza è terminata il 6 dicembre 2004, durante una complessa faida di camorra nel napoletano.

LA TRAMA – Dario un giovane ventiseienne, nel film interpretato da un bravissimo Gianluca Di Gennaro, è nel pieno della giovinezza, con tanti sogni, speranze, e con la voglia incredibile di realizzarsi tenacemente. Ogni giorno vive con la consapevolezza, di volere un domani migliore, non è un caso, infatti, che aiuta il padre – personificato dal compianto Salvatore Cantalupo – a portare avanti la sua scuola guida insieme ai fratelli. Ma, oltre alla storia principale, ci sono ulteriormente trame parallele, che ruotano intorno al personaggio di Scherillo. Infatti, il lungometraggio racconta la dinamica amicale tra Dario e l’amico studente (Gianclaudio Caretta), figlio del magistrato De Martino. È Franco Nero – mito indiscusso, del genere «western all’italiana» di Corbucci -, che dà vita a quest’ultima maschera complessa, piena di colpe e di paure, orientata ad annientare le imprese criminali, e ad impedire le morti efferate dei ragazzi del rione campano. L’estremo manicheismo è accentuato dal «gruppo dei cattivi»: Don Tonino, il Talebano e quella del «Muccuso» (Paco De Rosa). Quest’ultima interpretazione è tra le figure più complesse del film, similmente a quella dell’innocente Dario, poiché la verve negativa viene stilizzata dalla moralità umana, difatti il ragazzo-boss piange inconsciamente dopo il primo omicidio, e cerca di amare la giovane prostituta di cui si infatua, anche se invano.

LA RECENSIONE – Una pellicola dalla sceneggiatura intricata, di fatto si nota che il flusso narrativo è ripreso dal romanzo, sebbene la trama è scorrevole, ed accentuata da una performance asciutta e ponderata del cast. Gianluca Di Gennaro è un attore talentoso, fintantoché si è messo in gioco in un ruolo non facile. Il parossismo dell’audacia si vede nell’ultima scena dell’attentato. L’istrione napoletano aveva il telefonino appartenuto a Scherillo. La regia è attenta a raccontare le vicissitudini complesse di questi giovani tanto simili, quanto difformi. Buoni i campi lunghissimi dall’alto, visioni aeree di uno spaccato periferico difficile. Realistica la scena hitchcockiana della mano, che punta il bersaglio con la pistola in primissimo piano, riecheggiando l’immagine cult, della rotazione della canna del revolver di 180 gradi verso lo spettatore, appartenente al Maestro anglosassone nel dramma: «Io ti salverò» (1945). Mentre, le scene violente delle uccisioni rimembrano lo stile registico di Stefano Sollima.

IL RICORDO – Ciò crea fascinazione al racconto, soprattutto fa meditare la forza di volontà dei familiari delle vittime, che marciano alla ricerca di speranza. La scena finale con il corteo dei parenti, è tra le più riuscite, insieme ai filmini amatoriali mostranti scene felici e raffiguranti la famiglia. Il fratello di Dario Scherillo, Pasquale diventa un esempio di animosità per tutti noi, tanto è vero che porterà nei prossimi mesi il film nelle scuole, accendendo il dibattito fondamentale per tenere vivo il fuoco della memoria.