POZZUOLI – Gli eventi sismici della scorsa settimana hanno riacceso i “riflettori” sulla caldera flegrea riaprendo il dibattito sui possibili scenari futuri che la città potrebbe trovarsi ad affrontare. Dopo la crisi bradisismica dell’82-84, che determinò l’evacuazione del centro cittadino, si è assistito ad una lunga fase discendente durata fino al 2005, dopodiché il suolo flegreo ha ricominciato a sollevarsi. Dal 2005 ad oggi il Rione Terra, punto di massima deformazione, ha subito un innalzamento di circa 73 cm di cui 39 cm a partire da gennaio 2016.  La velocità di “salita” è stata nel complesso mediamente bassa, con delle fasi di accelerazione come quella del 2012, che determinò il passaggio al livello di allerta giallo e alla fase operativa di attenzione, nelle quali tuttora si permane. Negli ultimi due anni il tasso di sollevamento medio è stato pari a 0,7- 0,6 cm/mese, passando a settembre 2020 al valore attuale di 1cm/mese. Parallelamente si è intensificata l’attività sismica con i 248 terremoti di ottobre, i 225 di novembre e i 159 dei primi 20 giorni di dicembre, di cui 96 nella settimana 14-20.

L’INTERVISTA A DE NATALE – Abbiamo raggiunto il dott. Giuseppe De Natale, già responsabile dell’Osservatorio Vesuviano, per provare a fare un quadro della situazione.

COSA ACCADE? – Negli ultimi anni ed in particolare negli ultimi mesi si assiste ad un aumento della sismicità. Cosa sta accadendo? «È un fenomeno assolutamente fisiologico, la sismicità aumenterà sempre man mano che aumenta il sollevamento e in maniera sempre più veloce. In parole povere, la “pressione” prodotta nel sottosuolo che determina il sollevamento del suolo, produce anche la rottura delle rocce e quindi i terremoti; all’aumentare della “pressione” aumentano sia il sollevamento che i terremoti».

QUALI SCENARI? – Il suolo sta pian piano riportandosi ad un livello prossimo a quello della crisi degli anni 80. Qualora questa tendenza dovesse proseguire, tra quanto tempo raggiungeremo le stesse “quote” di fine 84 e quali scenari ci troveremmo di fronte? «In un paio d’anni, ma teniamo conto che il sollevamento non è costante, quindi il tasso può aumentare o diminuire, variando così il tempo. Lo scenario più probabile è che la sismicità, in questo caso, arrivi ai livelli del 1984 (molto più alti di quelli attuali, sia in frequenza di terremoti che in magnitudo). Inoltre, i nostri calcoli, riportati in un lavoro del 2017 (1), che si basano sui parametri fisici delle rocce flegree ma senza tener conto dell’effetto delle alte temperature, ci dicono che il sistema, se il livello del suolo superasse quello del 1985 (circa 4.5 metri in più rispetto al 1950), sarebbe molto vicino ad uno stato critico, quindi prossimo ad un’eruzione. Tuttavia, l’esperienza dell’eruzione del Monte Nuovo, che stando alle ricostruzioni postume sarebbe stata preceduta da almeno 17 metri di sollevamento, suggerirebbe che l’effetto dell’altissima temperatura, anche a bassa profondità, rendendo le rocce molto più ‘duttili’ (ossia in grado di deformarsi plasticamente senza rompersi) possa innalzare di molto la soglia dello stato critico, ossia di una possibile eruzione. Per fare conti precisi bisognerebbe conoscere in dettaglio lo stato termico e fisico delle rocce flegree fino ad almeno 3 km di profondità; cosa fattibile, con perforazioni dedicate, ma costose e che richiederebbero una diversa attitudine mentale e politica del nostro Paese.»

I SEGNALI PREMONITORI – Quali sono i segnali “premonitori” che devono metterci in allarme? «Il problema ai Campi Flegrei è che ci sono già, da 70 anni anche se con alti e bassi nei vari periodi, i segnali cosiddetti ‘premonitori’: che sono appunto il sollevamento del suolo, la sismicità e le anomalie geochimiche. In prossimità di un’eruzione, ci aspettiamo un ulteriore aumento di tali anomalie, ma non è dato sapere di quanto; nella caldera di Rabaul (Nuova Guinea), nel 1994, l’eruzione accadde dopo un sollevamento di una decina di cm e sismicità modestissima, dopo 10 anni di quiescenza da quando c’erano stati sollevamenti di metri, proprio come nell’area flegrea e negli stessi periodi, nonché terremoti fino ad oltre magnitudo 5.

COSA FARE? – Ci sono azioni che gli amministratori avrebbero dovuto e/o dovrebbero mettere in campo? «La mitigazione del rischio vulcanico in aree ad estrema densità abitativa, come i Campi Flegrei ed il Vesuvio, è estremamente complessa: il nostro è un caso pressoché unico al Mondo per le sue proporzioni. L’unica strategia con risultati certi è quella di diminuire la densità residenziale nelle zone rosse; queste aree hanno un grandissimo valore, e vanno tutelate e valorizzate per tutte quelle attività: turistiche, culturali, di terziario avanzato, ecc., compatibili con il territorio. Ma non possono essere considerate ‘dormitori’, come sono oggi; la gente deve risiedere prevalentemente fuori da queste aree, e poi ritornarci, con collegamenti rapidi, per svolgere attività lavorative, culturali o di svago. In un nostro lavoro (2) molto recente, invitato dalla rivista della più importante associazione Europea delle nostre discipline, spieghiamo le basi scientifiche di una efficace strategia di mitigazione del rischio. Per mettere in campo queste strategie, che risolverebbero anche molti dei problemi endemici del Meridione, servirebbero però serietà e lungimiranza difficili da immaginare nel nostro Paese: noi ci stiamo provando, però, e ci proveremo sempre.»

LA “SPERANZA” – Volendo essere ottimisti, in cosa dobbiamo sperare affinché il sollevamento cessi e si riprenda la fase discendente? «Io credo che il sollevamento cesserà prima di raggiungere il livello del 1984 (a meno che non ci siano cambiamenti sostanziali nel sistema); ovviamente, la mia è una convinzione basata sì su dati scientifici attuali, ma circa un sistema che può evolvere, cambiando totalmente il suo comportamento da un momento all’altro.»

(1) https://www.nature.com/articles/ncomms15312
(2)  https://nhess.copernicus.org/articles/20/2037/2020/nhess-20-2037-2020.html