di Gennaro Del Giudice

Montaggio migliaccio
Domenico Migliaccio e la madre Maria Borrino. Nel riquadro in basso: Procolo Migliaccio

POZZUOLI – Era il 9 luglio del 2010 quando Procolo Migliaccio, 36 anni, puteolano, perse la vita in un tragico incidente in via Solfatara, tra Agnano e Pozzuoli. Procolo era fidanzato, viveva con i genitori a Quarto, in via Viticella, e lavorava come autotrasportatore per una ditta di calcestruzzi dell’area flegrea. Morì mentre tornava a casa in sella alla sua motocicletta, una Buell di colore nero, nei pressi di una clinica privata lungo la strada che da Napoli porta alla Solfatara. Oggi, dopo 5 anni da quella maledetta sera, i familiari del giovane chiedono di fare luce su quella tragedia di cui dicono di non conoscere ancora una dinamica ben precisa, un colpevole, una causa. L’unica cosa che sanno è della «presenza di due automobili che sarebbero rimaste coinvolte nell’incidente, prima sequestrate e poi dissequestrate dopo 5-6 mesi». Oltre alla sofferenza di un fratello, un figlio morto in nella notte dopo l’inutile corsa all’ospedale San Paolo di Napoli.

 

Procolo Migliaccio
Procolo Migliaccio, 36 anni

L’APPELLO – «Vogliamo rivolgere un appello a chiunque abbia potuto vedere, assistere allo schianto o conoscere i fatti di contattarci – dice Domenico, fratello di Procolo – Dopo 5 anni non conosciamo nulla di quell’incidente, ancora non sappiamo le cose come sono andate. Sul luogo dell’incidente c’era una telecamera che purtroppo non ha registrato. Sulla targa della moto mio fratello c’era un’ammaccatura con della pittura bianca simile a quella delle due macchine sequestrate. Inoltre la caduta del mezzo è avvenuta all’altezza di un pericoloso avvallamento, quindi anche il manto stradale ha le sue colpe.  Il magistrato all’epoca sequestrò la motocicletta e due auto presumibilmente coinvolte nell’incidente. Dopo 5-6 mesi vennero dissequestrati i mezzi e la magistratura ha decretato che il ragazzo ha perso il controllo del mezzo da solo. Abbiamo cambiato diversi avvocati, ora ci dicono che per riaprire il caso c’è bisogno di qualche testimone. Se qualcuno ha visto si faccia avanti». Una tragedia che rappresenta ancora una ferita aperta per la famiglia di Procolo, che vuole almeno farsi una ragione sul “perchè” di quella morte «Ho un figlio di 36 anni al cimitero senza sapere cosa è accaduto veramente, – racconta Maria Borrino, la mamma del giovane – non cerchiamo soldi dalle assicurazioni ma solo la verità».