POZZUOLI – Nel novembre scorso aveva subito il sequestro di una villa ritenuta in realtà di proprietà del boss Giuseppe Polverino, cercando di ottenerne la restituzione rivolgendosi alla Cassazione. Nulla da fare, invece, per Gennaro Di Razza, noto imprenditore attivo nel campo della ristorazione e dell’intrattenimento.

RICORSO INAMMISSIBILE – I giudici della suprema corte hanno però rigettato il suo ricorso, definendolo inammissibile. L’uomo, attraverso il suo avvocato, aveva cercato di dimostrare che il suo reddito gli permettesse l’acquisto della villa. Su questo punto i magistrati hanno spiegato che ad essere contestata non era la sua capacità economica e la sproporzione tra reddito e beni posseduti. Si era trattato invece di un sequestro preventivo per evitare l’aggravamento di un altro reato. Del tutto ininfluenti, poi, anche le modalità di acquisto della struttura, in parte con assegni e in parte con l’accensione di un mutuo.

LE DICHIARAZIONE DEI PENTITI – Ad essere contestata anche l’utilizzazione di intercettazioni che rientravano nelle indagini per un’altra vicenda, nonché le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, come Roberto Perrone, Biagio Di Lanno e Teodoro Giannuzzi. Gennaro Di Razza, oggi 70enne, venne arrestato nel marzo del 2015 accusato di essere il mandante della gambizzazione ai danni del macedone Omar Nemedosky, colpito alle gambe da alcuni colpi di pistola nel dicembre del 2008,a Quarto.

L’ONTA DA LAVARE COL SANGUE – Sullo slavo pesava l’aver intrattenuto una relazione extraconiugale con la moglie del figlio di Di Razza. Quest’ultimo si sarebbe rivolto ad alcuni esponenti del clan Polverino per “punire” colui che sarebbe era stato già avvertito precedentemente. Oltre a Gennaro Di Razza l’ordinanza di custodia cautelare venne eseguita nei confronti di Salvatore Liccardi, detto Pataniello; Sabatino Cerullo, alias Ciccio Pertuso; Salvatore Simioli e Giuseppe ‘o barone Polverino.