POZZUOLI – Quando si pensa all’esaltazione dicotomica tra la potenza del linguaggio e l’immaginario teatrale napoletano, viene in mente subito la lunga carriera durata quarant’anni dell’attore, drammaturgo, ergo «uomo di lettere», regista, cantante, e segnatamente uomo di cultura con tutti i crismi: il Maestro Enzo Moscato. Lunedì (7 gennaio) a Milano è stato insignito, per la terza volta, del più alto riconoscimento dell’intero panorama teatrale italiano il “Premio Ubu” alla carriera. Il primo vinto negli anni ’80 e il secondo negli anni ’90, quando c’era ancora il critico teatrale Franco Quadri, scopritore del talento di Moscato e fondatore della prestigiosa cerimonia. Artista polimorfo si è dedicato anche al cinema e al canto. Sullo schermo ha lavorato con registi dal calibro di: Mario Martone, Antonietta De Lillo, Pappi Corsicato, Massimo Andrei e tanti altri.

IL LINGUAGGIO DISTINTIVO – Ciò che colpisce nella sua poetica interpretativa e la peculiarità del testo scritto è l’esplorazione indefessa della parola, ed inoltre l’interessamento sintomatico dell’intero ventaglio di emozioni umane. In tal proposito, il poeta T.S. Eliot in un saggio sull’Amleto scrive: «L’intenso sentire, estatico, o terribile, senza un oggetto, o eccedente il suo oggetto, è qualcosa che ogni persona sensibile ha conosciuto; […] l’uomo comune sopisce questi sentimenti o li riduce per accomodarli al mondo materiale; l’artista li mantiene vivi con la sua abilità di rendere il mondo più intenso alle sue emozioni». Non è forse questa la potenza della creatività di Enzo Moscato? Quella di sublimare e trasformare la sofferenza in un meccanismo di difesa, che viene chiamato comunemente: «ironia partenopea»?

Il suo percorso artistico è ricco di premi illustri di ogni tipo, ma il “Premio Ubu” alla carriera sancisce il parossismo di un lungo cammino estetico. A chi lo dedica? «Dedico questo Premio a tutti quelli che in quarant’anni mi hanno seguito in questa esperienza di teatro: le attrici, gli attori, i bambini, i musicisti, insomma una folla di nomi interminabile, perché il percorso teatrale non si fa mai da soli, ma è un impegno multiplo. Non è come nel cinema, infatti in quest’ultimo è il regista a selezionare le scene. Nel teatro c’è una processualità, le prove si fanno per questo, ed è un lavoro d’ensemble. Nella mia esistenza ho avuto tantissimi riconoscimenti, però oggi è “un atto eroico” occuparsi di teatro. Il mio lavoro è un atto di ricerca che avviene da decenni, ricco di testardaggine e una buona dose di costanza. In ogni attore c’è il desiderio di migliorarsi sempre, e bisogna saper fare le scelte giuste, poiché il teatro si giudica su lunga durata. Io conosco attrici come Isa Danieli e Angela Pagano, che hanno più di ottant’anni, ma sono delle giovani in scena, perché sono state formate da Eduardo per questo lavoro che è terribile. Non a caso Artaud diceva che l’attore è l’atleta del cuore».

Il suo lavoro drammaturgico è un punto di riferimento per il teatro italiano e non solo, soprattutto per la corrente post-eduardiana. La lingua da lei utilizzata è una commistione di varie lingue e suoni. Quanto è importante il linguaggio e la cultura? «Il teatro è un fatto pedagogico e culturale. Quindi bisogna prepararsi culturalmente per questa professione. In passato l’istanza teatrale aveva il suo ruolo principale nella società, oggi è trascurata questa valenza, pertanto in ogni civiltà del passato – a cominciare da quella greca – è stata fondamentale per la formazione di un contesto sociale. Le crisi culturali aggravano il teatro. Io sono stato fino alla metà degli anni ’80 un professore, e ancora oggi dico ai ragazzi leggete, e formatevi culturalmente. Vorrei tanto un teatro mio, per poter formare i più giovani, difatti nell’animo sono sempre stato un insegnante. Il teatro non si deprezza con l’ignoranza, in particolare una cosa che nasce dall’esigenza culturale come l’arte teatrale. Io, ai seminari con i giovani, dico sempre: “Il teatro non è una pizzeria”, bisogna avere una vocazione».

L’analista Jacques Lacan diceva che: «solo la risposta dell’Altro costituisce il senso del messaggio». Cosa rappresenta per lei il pubblico e l’ironia lacaniana? «Io ho l’amore per il pubblico, quando mi riconoscono dicono delle cose bellissime. Gli spettatori hanno appreso qualcosa da me. Oggi lavoro affinché i giovani possano avere in futuro un punto di riferimento. Bisogna agglutinare gli adolescenti intorno ad un progetto di vita diverso. Nel ’93 feci uno spettacolo su Lacan: “La psychose paranoiaque parmi les artistes”, allora per un attore napoletano era come andare sulla luna. Ognuno deve provare dei sentieri nuovi. Sono un autore partenopeo, ma nella mia testa ci sono tremila esperienze etnicamente diverse: l’America, la Svezia, la Francia, il Sud America, pertanto ai giovani si deve insegnare che nella propria mente deve entrare, non solo il luogo dove una persona nasce, ma l’universo intero con tutti i suoi linguaggi infiniti. L’ironia è una caratteristica, che ho attinto dal mondo napoletano: Scarpetta, Eduardo erano ironici, però culturalmente formo i ragazzi facendo leggere anche i Seminari lacaniani. Perché la ricchezza, che ho avuto nella vita, la si deve trasmettere alle generazioni future. L’uso della lingua e della semiotica sono fondamentali, e sono l’arma più potente che abbiamo».