POZZUOLI – Un omicidio risolto dopo oltre 20 anni grazie alle dichiarazioni di alcuni pentiti, e che ben svela i retroscena di clan e alleanze che oramai non esistono più. E’ quello di Gennaro De Roberto, colpito a morte all’esterno del carcere mentre si trovava in regime di semi-libertà.

UCCISO FUORI AL CARCERE – L’uomo, affiliato al clan guidato dai boss Domenico Sebastiano e Raffaele Bellofiore – all’epoca capi indiscussi della mala flegrea – aveva destato più di un sospetto circa la sua volontà di passare al gruppo emergente che avrebbe a sua volta stretto le redini della camorra tra Pozzuoli e Quarto negli anni successivi: Gennaro Longobardi e Gaetano Beneduce. Da qui la decisione di fare fuori De Roberto, con l’impiego di uomini legati al clan Licciardi-Sacco-Bocchetti di Secondigliano, alleati con Sebastiano e Bellofiore.

I PENTITI RACCONTANO – Secondo i pentiti, il gruppo di fuoco sarebbe stato composto da Francesco Avolio, detto “Tyson” e già condannato per un altro omicidio e da Gennaro Trambarulo, alias “o muntato”. Nei confronti dei due è stata emessa un’ordinanza di custodia cautelare su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Ad aggravare la posizione della vittima dell’omicidio non c’erano solo i sospetti di voler tradire il gruppo di appartenenza, ma anche l’aver offeso il figlio di Bellofiore.

TRE GENERAZIONI DI CAMORRISTI SPAZZATE VIA – Quest’ultimo, assieme al “socio” Sebastiano, sarebbero poi stati trucidati l’anno dopo nel rione Toiano di Pozzuoli. La loro uccisione aprì la strada a Longobardi e Beneduce nella gestione degli affari illeciti nell’area flegrea, con alterne vicende e soprattutto fino ad una guerra fratricida dovuta alla spaccatura del clan. Un clan poi decapitato da pesatissime condanne (come quella a 30 anni per Beneduce) nuovi arresti e processi in arrivo per le nuove leve.