POZZUOLI/ Omicidio Sebastiano-Bellofiore a Toiano: dopo gli ergastoli ai boss arrestati due uomini del clan Polverino – I NOMI
POZZUOLI – Non si era ancora chiuso il cerchio intorno al duplice omicidio Sebastiano-Bellofiore avvenuto il 19 giugno del 1997 nel Rione Toiano. Dopo le condanne all’ergastolo per i quattro boss di Quarto e Pozzuoli (Longobardi, Beneduce, Cerrone e Palumbo) sono arrivati altri due arresti. Si tratta di Fabio Allegro, 62 anni, all’epoca dei fatti reggente del clan Polverino e Raffaele D’Alterio detto “Lello a signurina”, 55 anni. Due nomi che confermano il profondo legame tra il clan Longobardi-Beneduce e i Polverino di Marano che insieme organizzarono la spedizione di morte. A fare luce su uno dei più efferati omicidi di camorra consumati nell’area flegrea, 29 anni dopo, sono stati i pentiti di camorra Giuseppe Ruggiero, Roberto Perrone e Giuseppe Simioli che hanno aggiunto nuovi elementi alle indagini. D’Alterio e Polverino sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia.
LO SCONTRO – Il duplice omicidio rientra nella rottura che un anno prima si era consumato all’interno del clan di cui facevano parte i boss di Pozzuoli Gennaro Longobardi, Gaetano Beneduce, Domenico Sebastiano detto “Mimì cap e mort” e Raffaele Bellofiore detto “o biondo”. Rottura arrivata per contrasti sul controllo dei traffici di droga e le estorsioni nella città di Pozzuoli e per la volontà, da parte di Longobardi e Beneduce, di voler allargare l’alleanza al clan dei quartesi capeggiato da Salvatore Cerrone e Nicola Palumbo. Nonostante alcuni tentativi di mediazione, lo scontro diventò inevitabile dopo che i boss del Rione Toiano dissero no al clan di Quarto.
L’AGGUATO – Quel giorno a bordo di un furgone blindato partirono Longobardi insieme a Nicola Palumbo, Ottavio Garofalo detto “Avio” e Salvatore Di Maria detto “Masano”: i primi tre erano seduti sul retro del furgone, D’Alterio alla guida e Di Maria era seduto accanto a lui, sul sedile anteriore poiché conosceva sia la strada sia le vittime. E fu una vera e propria mattanza. Giunti all’interno del Rione Toiano – dove il commando aveva effettuato appostamenti nei giorni precedenti – i killer diedero la caccia ai due boss che si trovavano tra la gente, in un caldo pomeriggio di giugno. Bellofiore fu trucidato nell’immediato, in quanto era seduto nei giardinetti davanti ai “Carrarmati”. Sebastiano, invece, riuscì in un primo momento a scappare ma fu inseguito e ammazzato da Gennaro Longobardi. Secondo il racconto dei pentiti e i riscontri investigativi Longobardi sparò contro il suo ex alleato con un fucile a pompa e infierì sul suo corpo sputandogli sul volto dopo essersi alzato il passamontagna. Un’azione che avrebbe poi scatenato la rabbia del boss dei maranesi Peppe Polverino che aveva ritenuto quel gesto pericoloso per l’intero commando in quanto, alzandosi il passamontagna, Longobardi si era reso riconoscibile. Dopo la spedizione di morte il gruppo fu recuperato da due vetture che avevano atteso davanti al complesso “Damiani” e ricondotto a Marano.
GLI EQUILIBRI – Quel giorno segnò l’inizio del clan Longobardi-Beneduce che per una decina di anni si è consolidato come clan egemone sul territorio prima di essere travolto da una serie di faide interne che hanno lasciato a terra morti e feriti. Fino al 2010 quando i Longobardi e Beneduce sono stati smantellati durante la maxi operazione anticamorra “Penelope” che portò in carcere 84 persone tra boss, capipiazza e affiliati.





























