POZZUOLI – Procolo Pagliuca resterà in cella in regime di “carcere duro”. Respinto dalla Corte di Cassazione, infatti, il ricorso del 33enne contro quanto aveva stabilito il 6 ottobre dello scorso anno il Tribunale di Sorveglianza di Roma, continuando di fatto ad applicare nei confronti dell’uomo quanto previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Pagliuca, considerato una delle figure apicali del clan Longobardi-Beneduce, sta scontando una pena a 17 anni (20 anni in primo grado) per associazione a delinquere di stampo mafioso. Era stato arrestato il 24 giugno del 2010 assieme ad altri 83 capi e gregari dell’organizzazione criminale, tra cui il padre Salvatore (detto Totore ‘o biondo) e la madre Partorina Arcone. Secondo la Cassazione, che riprende quanto deciso dal Tribunale di Sorveglianza capitolino «Risultano coerentemente valutati e indicati in senso sfavorevole gli elementi che hanno indotto a respingere le doglianze nell’interesse del Pagliuca. Né vale il richiamo alla assenza di contatti concreti ed attuali tra l’istante e il gruppo di riferimento alla luce delle dichiarazioni autoaccusatorie e della biografia dell’istante stesso oltre che della finalità della misura protesa, infatti, a evitare possibili contatti tra costui e il nucleo delinquenziale di riferimento. Il tribunale ha evidenziato che il Pagliuca era pacificamente il referente del clan nella zona Toiano e che a costui competevano poteri di rilievo tra cui gestionali oltre che compiti decisionali anche inerenti fatti di sangue». La sentenza della suprema corte, oltre a dichiarare inammissibile il ricorso, prevede anche il pagamento di 2mila euro a carico di Pagliuca per spese processuali da destinare alla Cassa delle Ammende.