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Cultura Pozzuoli

Intervista allo storico Maurizio Erto: la vicenda di Umberto Nobile nell’ultimo lavoro “Il compagno generale”

Intervista allo storico Maurizio Erto: la vicenda di Umberto Nobile nell’ultimo lavoro “Il compagno generale”
  • Pubblicato1 Aprile 2026

POZZUOLI – Esploratore polare, ingegnere visionario e, infine, “compagno” tra i banchi della Costituente. La figura di Umberto Nobile attraversa il Novecento italiano come un dirigibile in tempesta, sospesa tra l’eroismo delle vette artiche e il fango delle accuse politiche. A un secolo dalle grandi spedizioni che segnarono un’epoca, lo storico e filologo Maurizio Erto, docente di lettere presso il Liceo Majorana di Pozzuoli, torna in libreria con “Il compagno generale” (Edizioni D’Amico, 2025). Arricchito da oltre 150 immagini e documenti inediti, il volume non si limita a ripercorrere l’epopea dei dirigibili “Norge” e “Italia”, ma scava nelle pieghe interiori di un uomo del quale il fascismo tentò di sbarazzarsi e che l’Unione Sovietica di Stalin scelse di accogliere. Erto ci riconsegna un Nobile inedito: un intellettuale campano prestato alle alte quote, capace di trasformare il fallimento di una missione in una forma di resistenza morale. La ricerca su Nobile è in continuità con altri studi minori di Erto di argomento aeronautico, apparsi sul “Bollettino Flegreo”, e soprattutto con un volume uscito nel 2023 sulla storia dell’Accademia Aeronautica, che da oltre sessant’anni ha sede a Pozzuoli. Abbiamo incontrato l’autore per capire cosa resta oggi di quel sogno “più leggero dell’aria” e di un uomo che non ebbe paura di cambiare rotta, anche a costo dell’esilio.

Nel suo libro, lei definisce Umberto Nobile un “personaggio da recuperare”. Quali sono in breve i lati della sua figura che la storiografia o la memoria collettiva hanno lasciato in ombra e che questo volume intende evidenziare?

Umberto Nobile è una singolare figura di ingegnere-inventore, esploratore, generale dell’Aeronautica Militare italiana e professore universitario, conosciuto soprattutto per le trasvolate polari di cui fu protagonista su dirigibili di sua progettazione, che lo fecero diventare un vero e proprio uomo-simbolo del fascismo. La sua vicenda personale e professionale fu però segnata dal naufragio del dirigibile “Italia” nel 1928, durante la seconda spedizione nell’Artico. Dopo essere miracolosamente scampato alla morte e sopravvissuto per oltre un mese e mezzo nella famosa “tenda rossa” insieme ad altri 8 membri dell’equipaggio, fu accusato di gravi responsabilità nel disastro e addirittura di “indegnità morale” per aver accettato di farsi portare in salvo per primo, come gli era stato ordinato dal pilota svedese che aveva individuato il punto di caduta. “Scaricato” da Mussolini e attaccato da esponenti di spicco del regime, all’inizio degli anni Trenta Nobile accettò la proposta del Governo sovietico di dirigere la neonata fabbrica di dirigibili di Mosca. Di questa esperienza Nobile fornirà un racconto autobiografico in alcuni scritti di memoria pubblicati nell’immediato dopoguerra, quando fu eletto deputato all’Assemblea Costituente tra le file del Partito Comunista. Nella sterminata bibliografia su Nobile, sia il soggiorno in URSS sia la candidatura con il PCI nel 1946 sono stati trattati solo occasionalmente, in modo limitato e con una certa prevenzione ideologica. Il libro vuole appunto colmare questa lacuna.

Pensa che la vicenda di Nobile di un secolo fa — sospesa tra esplorazione pura e propaganda di regime — possa aiutarci a leggere le tensioni geopolitiche che oggi stanno interessando il Polo Nord e la Groenlandia?

Non saprei dire se può fornire una chiave di lettura. Certamente, dopo la caduta del dirigibile “Italia”, Norvegia, Svezia, Francia e Italia si affrettarono a organizzare spedizioni di soccorso per salvare Nobile e gli altri superstiti. Non si trattò solo di una gara di solidarietà: era in gioco l’esercizio dell’egemonia nella regione artica che all’epoca era oggetto degli appetiti delle maggiori potenze europee e dell’Unione Sovietica, da sfruttare sia come spazio aereo e delle comunicazioni radio, sia per lo sfruttamento delle materie prime. Ciò dimostra come già alla fine degli anni Venti esistesse uno stretto collegamento tra esplorazioni, ricerca scientifica, sviluppo tecnologico-militare ed equilibri geopolitici. Una situazione che, con le dovute differenze, si ripropone ancora oggi, a distanza di un secolo.

Il titolo del libro è suggestivo. Nobile passa dal socialismo giovanile alla Costituente con il PCI, attraversando l’esperienza in URSS. Come si concilia la disciplina del Generale con l’ideologia comunista di Togliatti? Fu una scelta di opportunismo dopo l’ostracismo fascista o il culmine di un percorso che lei ha analizzato nel volume?

Il titolo del libro è provocatorio, è una sorta di ossimoro che mette insieme due termini diametralmente opposti e di per sé incompatibili: “compagno” è un appellativo tipico del linguaggio socialista e anarchico, usato per indicare chi appartiene a una formazione politica o movimento di ispirazione marxista; “Generale” è invece il termine che definisce il grado militare più elevato tra le categorie di ufficiali appartenenti a una forza armata, che per sua natura si basa su una rigida gerarchia di comando. L’espressione si riferisce alla vicenda che sta al centro del libro e di cui costituisce il capitolo principale: tra il 1932 e il 1936 Umberto Nobile soggiornò in Unione Sovietica in qualità di direttore del dipartimento di costruzioni di dirigibili di Mosca, la Dirizhablestroj. Anche in Italia Nobile aveva diretto lo Stabilimento di Costruzioni Aeronautiche, organizzando ben due spedizioni polari su dirigibili di sua progettazione. Ma per le sue idee socialiste, che aveva maturato già durante gli anni universitari trascorsi a Napoli, era stato spesso oggetto di attacchi da parte di alti ufficiali dell’Aeronautica e di personaggi di primo piano del regime, primo fra tutti Italo Balbo. In Unione Sovietica per la prima volta si sentì messo al centro di un progetto aeronautico di ampia portata, e ciò indubbiamente dovette appagare la sua ambizione di ricevere quei pubblici riconoscimenti che in Italia aveva solo in parte ottenuto. Per questo, fino alla fine dei suoi giorni, rimarrà legato all’URSS. La candidatura con il PCI nel 1946 indubbiamente si legava a quell’esperienza, non però nel senso che in URSS Nobile avesse maturato una conversione al comunismo. Nel “paese dei soviet” Nobile vide soprattutto un modello di convivenza pacifica tra popoli di storia, lingua e cultura diverse, in grado di rappresentare un’alternativa al capitalismo occidentale che con la bomba atomica aveva condotto l’umanità sul baratro dell’estinzione.

Da storico e filologo, come ha lavorato sull’apparato iconografico del libro che, ricordiamo, raccoglie più di un centinaio di immagini e documenti inediti?

Considero l’apparato iconografico e l’appendice fotografica e documentaria parte integrante della ricerca, che ha richiesto oltre due anni di lavoro, in cui ho visitato e contattato diversi archivi pubblici e privati, alla ricerca di testimonianze inedite o poco note. E non era impresa facile perché, come si può immaginare, su Umberto Nobile sono stati versati i proverbiali “fiumi di inchiostro”. Ma in effetti sul tema dei rapporti con l’Unione Sovietica credo di aver raccolto un’importante documentazione, che mai prima d’ora era stata messa a disposizione degli studiosi o dei semplici lettori curiosi.