POZZUOLI – «Una vera educazione teatrale, quella che i teatri stabili dovrebbero promuovere, si può formare solo misurandosi con “ciò che è stato detto”. Già, ma come si fa a stabilire “che cosa è stato detto”? Come si fa a stabilire che cosa è stato detto da Sofocle o da Euripide, e che cosa è stato detto da Shakespeare?». Sono famose ai più le parole che lo scrittore e critico La Capria dedica al teatro, in uno dei suoi saggi celeberrimi: “Letteratura e salti mortali”. La contemporaneità esige interpretazione e riflessione, per capire a fondo le dinamiche complesse della nostra società liquida. Ma come si fa a comprendere la realtà? Forse, la risposta, in maniera camuffata e veritiera, risiede nei capolavori artistici, che hanno superato le barriere del tempo. Ed è per tale motivo, che bisogna riprendere in mano «i classici», per decifrare le difficoltà vitali ed esistenziali. Il regista Mario Martone, dopo essersi immerso nell’esoterismo caprese (Capri-Revolution, 2018), si è addentrato nel mondo del simbolismo eduardiano, riadattando un classico della “Cantata dei giorni dispari”, il dramma in tre atti de: “Il sindaco del rione Sanità”. Un esperimento teatrale eseguito sul palcoscenico dagli attori del NEST – Napoli Est Teatro, poi adattato per il grande schermo, e presentato alla 76ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia in corsa per il Leone d’oro al miglior film.

IL FILM – Il sindaco del rione Sanità” è incentrato sulla storia di Antonio Barracano, un giustiziere moderno, un uomo rispettato nel quartiere dove risiede, cercando di esercitare sugli altri i valori classici di morale, giustizia e legge imposti dal contratto sociale. Dopo dei torti subiti in gioventù, Barracano tenta di ristabilire l’ordine delle cose e, attraverso gesti concreti, aiuta gli oppressi liberandoli dalle ingiustizie generiche che opprimono la società civile. Non è Don Vito Corleone, il Padrino – ha più volte ribadito Eduardo –, ma è una maschera che ambisce a rigenerare la verità, seminando giustizia a modo suo. Nel plot il “sindaco”, cercando di evitare un parricidio inutile, si addentra in una situazione pericolosa tra padre-figlio, per placare gli animi accecati dalla vendetta. Non sempre, però, le azioni giuste provocano il lieto fine. Il bene e il male si confondono e si alternano, spingendo lo spettatore a riflettere sul valore della responsabilità, la coscienza del potere, e la disfatta pessimista dei vinti.

Gennaro Di Colandrea

IL PERSONAGGIO – In occasione dell’uscita prossima del film, che avverrà il 30 settembre, abbiamo intervistato l’attore flegreo Gennaro Di Colandrea, che da quindici anni è attivo in campo teatrale, spaziando in generi diversi, dopo aver calcato con successo i palcoscenici d’Italia. Interpreta nel film di Martone il ruolo di Pascale ‘o nasone, un personaggio controverso dalla dubbia moralità. È inoltre sbarcato in Laguna veneziana già con la pellicola “Veleno”, diretto da Diego Olivares (2017) per la Settimana Internazionale della Critica. Altri progetti attuali lo vedono operativo come artista al Teatro Mercadante di Napoli, in svariati spettacoli: “Il paese di cuccagna” con la regia di Paolo Coletta, e “La grande magia” di Eduardo De Filippo diretto dallo spagnolo Lluís Pasqual. Al Cinema, a dicembre prossimo, farà parte del cast del film di e con Marco D’Amore: “L’immortale” (2019). Dal 2006, inoltre, instaura un sodalizio amicale e artistico con l’attore, regista e drammaturgo Mimmo Borrelli (originario di Torregaveta ndr). Di recente Di Colandrea ha recitato nella splendida pièce di Borrelli: “La Cupa. Fabbula di un omo che divinne un albero” (2018), che ha riscosso un enorme successo di critica e pubblico.

Ci racconti la sua esperienza. Com’è stato lavorare con uno dei Maestri contemporanei del teatro e del cinema italiano: Mario Martone?
Avevo già lavorato con Mario a Torino, quando era direttore artistico al Teatro Stabile. Feci con lui le rappresentazioni teatrali del Macbeth e del Falstaff diretti da Andrea De Rosa. Così, mi ha chiamato di recente, per la pièce de “Il sindaco del rione Sanità”, nel ruolo di Pascale ‘o nasone. Nella versione di Martone l’età di Antonio Barracano si abbassa, viene interpretato da Francesco Di Leva che è un quarantenne, mentre Eduardo, all’epoca, era sessantenne. Il mio personaggio è l’usuraio presente nella scena famosa in cui Barracano fa contare a Pasquale dei soldi finti. Nella direzione Mario è stato straordinario con le sue giuste indicazioni: ci ha chiesto di essere come due boss del quartiere che si confrontano, cambiando l’idea originaria di De Filippo. Tutto, poi, è stato trasposto dal teatro al cinema, sotto forma di film. Una delle qualità di Mario è il coraggio, e solo chi è bravo può permettersi di essere coraggioso.

Come è possibile riadattare oggi un classico eterno del teatro partenopeo? Perché c’è questa esigenza di indagare e studiare queste storie uniche, frutto di menti geniali del Secolo Breve?
Il testo di Eduardo non è sulla camorra, ma parla di giustizia sociale da attuare con le proprie mani, quando lo Stato non interviene. È affascinante scoprire che l’opera di Eduardo, come l’arte di Shakespeare, ha all’interno una sua universalità, quindi il testo è sempre attuale. Si parla dell’uomo, e dei disagi che deve affrontare il debole, o dell’arroganza e la prepotenza di chi ha il potere. Nel caso specifico, in questo esperimento appena fatto, le parole eduardiane sono il linea con l’attuale realtà, infatti non sempre la giustizia va di pari passo con la Legge. Eduardo fa dire a Barracano: “Fatta la Legge, trovato l’inganno”. Cosa significa? Nel momento in cui i deboli vengono oppressi da chi è più potente, non hanno modo di difendersi, ed è in quel preciso momento critico, che entra in gioco il “sindaco” per difendere gli sconfitti. L’ignorante, il debole, il disadattato si ritrova – in una Società di tiranni – ad essere schiacciato, per tale motivo Barracano è un giustiziere contemporaneo, che placa gli animi e i dissidi. C’è il rispetto della Legge dell’umanità con tutti i crismi. L’accezione del concetto di “humanitas” è sempre più vivo: dobbiamo prenderci cura degli altri uomini. Fino a quando ci saranno questi valori, i drammi di Eduardo saranno eterni.