CAMPI FLEGREI – Un recente studio*, realizzato dagli scienziati dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) e dell’ University College London (UCL) e pubblicato sulla rivista scientifica “Nature Communications”, riaccende l’attenzione mondiale sul pericolo di un’eruzione nei Campi Flegrei. Molti giornali, nazionali ed internazionali, hanno riportato la notizia, utilizzando titoli in alcuni casi alquanto allarmanti.
In una nota però lo stesso INGV precisa che la ricerca ha una valenza essenzialmente scientifica, priva al momento di immediate implicazioni sullo stato attuale della caldera. Il livello di allerta resta giallo, ossia di attenzione, come è dal dicembre 2012.

LO STUDIO – Finora le tre crisi bradisismiche del 1900 (anni 50-70-80) sono sempre state analizzate in maniera indipendente l’una dall’altra, ipotizzando che, dopo ognuna di esse, la situazione del sottosuolo ritornasse sostanzialmente nella fase iniziale, come se gli strati di roccia si comportassero in maniera “elastica”. Invece, secondo gli scienziati, così non è. Dall’analisi dei dati a loro disposizione, sembrerebbe che l’energia “sviluppata” durante ciascuna fase di sollevamento non sia stata completamente “rilasciata” attraverso l’attività sismica e la successiva fase discendente. Ciò ha determinato nel tempo un accumulo energetico sotto forma di tensione tra e negli gli strati rocciosi che di conseguenza sono divenuti più “fragili”. Questo significa che il “punto di rottura” in grado di determinare un’eruzione, potrebbe essere raggiunto con sollevamenti di minore entità rispetto a quelli precedentemente teorizzati. Per i ricercatori, anche l’attività sismica associata potrebbe rivelarsi quantitativamente più elevata. Tenendo conto di questa nuova teoria è stato messo a punto un modello matematico, testato con successo in altre aree vulcaniche della terra, grazie al quale sarà possibile interpretare da un’altra prospettiva gli sviluppi futuri del fenomeno.

LE DICHIARAZIONI – Uno degli autori della ricerca, Christopher Kilburn direttore del Centro Rischi della UCL, in un’intervista rilasciata alla rivista statunitense Newsweek, precisa: “Non stiamo dicendo che ci sarà un’eruzione. C’è una grandissima differenza tra il dire che ci sarà e dire invece che è più probabile di quanto ipotizzato in precedenza. Volendo fare un confronto con l’ultima eruzione avvenuta nei Campi Flegrei, che nel 1538 determinò la nascita del Monte Nuovo, oggi un simile episodio sarebbe preceduto da una fase di sollevamento molto minore rispetto ai 17 metri che si ebbero all’epoca. Kilburn, aggiunge: “Potremmo non avere più problemi per altri 500 anni. Ma se dovessimo avere un altro rapido sollevamento, come visto in passato, non ci resta che tenere a mente che … potrebbe portare ad uno stato più vicino a un’eruzione. La probabilità sarebbe più alta.” Anche sull’intensità di una eventuale evento eruttivo non si può avere alcuna certezza, “probabile che sia 100 volte più piccola di quella del Vesuvio che distrusse Pompei ed Ercolano.” Continuare a tenere sotto controllo le deformazioni del suolo e l’attività sismica, approfondire le ricerche  e prepararsi ad un’eventuale evacuazione della zona rossa, che rappresenta ad oggi la problematica più rilevante, sono le uniche cose che possiamo e dobbiamo fare secondo gli autori della ricerca.

*“Progressive approach to eruption at Campi Flegrei caldera in southern Italy” Christopher R.J. Kilburn, Giuseppe De Natale & Stefano Carlino – Nature Communications 8, Article number: 15312 (2017)