QUARTO – Oltre un milione e duecentomila euro. E’ la cifra record chiesta al Comune come risarcimento da due ditte edili che hanno atteso per anni il rilascio di un permesso a costruire.

L’ODISSEA BUROCRATICA – Tutto ha avuto inizio nel 2009, quando gli imprenditori ottengono un primo via libera per la realizzazione di opere lungo via Seitolla. Nel 2012, però, occorre un cambio di destinazione d’uso per la costruzione di 45 appartamenti. Trascorrono due anni e da Via De Nicola non arriva alcuna risposta. Nel frattempo vengono pagati i diritti di segreteria e depositati gli elaborati grafici delle opere da realizzare. Nonostante ciò, non arriva alcuna risposta. Da qui un primo sollecito all’ente, ma che non sortisce alcun effetto. Gli imprenditori decidono dunque di adire le vie legali, rivolgendosi al Tar. I giudici stabiliscono che in caso di ulteriore silenzio del Comune sarebbe stato nominato un commissario ad acta.

LA STIMA DEL DANNO – Cosa che si verifica poco dopo, ma soltanto nel 2017 e dopo altre lungaggini, si arriva finalmente al rilascio del permesso a costruire e alla firma della convenzione davanti ad un notaio. Le ditte però ritengono di aver subito un danno economico, poi calcolato attraverso una consulenza tecnica. La stima finale è di poco più di 800mila euro per la prima ditta e circa 400mila per la seconda. Il Comune ha cercato di opporsi, facendo leva sul fatto che l’ente si trovi in stato di dissesto economico.

“RITARDO ABNORME” – Secondo i giudici della seconda sezione del Tar Campania, tornati ad esprimersi sulla vicenda, «La dichiarazione di dissesto non spoglia l’Ente della sua capacità processuale», aggiungendo e sottolineando come non abbia «prestato spontanea esecuzione a quanto disposto», riferendosi alla prima sentenza, quella del 2014. Inoltre, nel dispositivo si fa riferimento ad un «comportamento quanto meno negligente» nonché al danno come «conseguenza diretta del ritardo», quest’ultimo definito addirittura «abnorme». Ora il Comune ha 90 giorni di tempo per una controproposta, sempre che non decida di rivolgersi al Consiglio di Stato.