POZZUOLI – E’ stato arrestato l’imprenditore di 57 anni accusato di violenza sessuale sulle sue dipendenti. La parola “fine” a una torbida storia di sopraffazioni e violenze è stata messa ieri pomeriggio quando i poliziotti del commissariato di Pozzuoli hanno raggiunto l’uomo in località San Martino eseguendo un ordine di esecuzione in carcere. L’arresto è arrivato quindici giorni dopo la sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato la pena a sei anni e sei mesi inflitta nel 2016 dal Tribunale di Napoli per violenza sessuale e poi confermata dalla Corte di Appello. L’imprenditore (di cui omettiamo il nome per non rendere riconoscibili le vittime) in serata è stato trasferito nel carcere di Poggioreale dove dovrà scontare un residuo di pena di 5 anni, 3 mesi e 26 giorni di reclusione.

LA VICENDA – La vicenda ebbe inizio nell’agosto del 2014 quando le vittime, dopo mesi di violenze consumate tra le mura del punto vendita di una catena di negozio di articoli per la casa e bricolage, trovarono il coraggio di denunciare tutto ai carabinieri abbattendo un muro di paure, silenzi e omertà. Le vittime raccontarono di essere state più volte rinchiuse negli uffici di Licola e costrette ad avere rapporti sessuali dal loro datore di lavoro. A nulla servivano le resistenze da parte delle vittime che a più riprese lo imploravano di fermarsi. Una storia andata avanti per almeno cinque mesi e che coinvolse anche una terza donna, che però riuscì a sfuggire alle violenze. Il loro racconto diede il via a una minuziosa e delicata indagine condotta dai carabinieri della stazione di Licola: avviata dall’ex comandante Pietro De Stasio e proseguita dall’attuale comandante Antonio Spiridone le indagini portarono all’arresto dell’imprenditore, poi rimesso in libertà dopo circa un anno tra carcere e domiciliari. 

TRE VOLTE CONDANNATO – Nel novembre del 2016 i giudici del tribunale di Napoli accolsero quasi in toto la richiesta a 7 anni da parte del Pubblico Ministero condannando il 57enne a 6 anni e 6 mesi di carcere, confermando l’impianto accusatorio e i gravi indizi di colpevolezza a suo carico. Pena successivamente confermata anche in Appello e due settimane fa dalla Corte di Cassazione che ha messo definitivamente la parole fine alla vicenda e aperto le porte del carcere per l’orco.