Via del Ponte, Rione Terra novembre 2012

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO la lettera del professor Giacomo Bandiera, docente presso l’Università di Roma “Tor Vergata”, che in merito alla questione-Rione Terra, propone come possibile strumento gestionale del compendio, una “Fondazione di Partecipazione”, nuovo modello italiano di gestione di iniziative nel campo culturale. Un istituto senza scopo di lucro, al quale si può aderire apportando denaro, beni materiali o immateriali, professionalità o servizi.

LA LETTERA – Quante volte ci è toccato ascoltare, proferito quasi con rabbia, dalla bocca dei nostri concittadini puteolani: ”Dovremo vivere solo con le bellezze che abbiamo…” E’ naturalmente una evidente esagerazione, oltre che una palese sovrastima, della capacità generativa di ricchezza e reddito che i beni culturali ed ambientali della nostra zona possono attivare. Peraltro comprensibile, in quanto legata all’affetto che ogni flegreo porta verso la propria terra. Eppure questa dichiarazione, depurata dalle sue motivazioni emotivo – sentimentali, possiede parimenti una sua forza intrinseca, di verità oggettiva, ancorché economica.

Giacomo Bandiera

Di questo vorrei parlare. Valorizzare i beni e le attività culturali per generare sviluppo, reddito ed occupazione è una delle sfide che l’Italia, ed i Campi Flegrei in particolar modo,  hanno davanti nei prossimi anni. Ma i beni culturali possono diventare un motore economico? Diversi paesi europei, peraltro, si stanno già cimentando sul tema.

L’Italia ha 51.693 immobili, pari a circa 55 mila chilometri quadrati, quindi il 18% della superficie del Paese, vincolati per interesse storico (dati MIBAC) ed il più ampio patrimonio culturale a livello mondiale, con oltre 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici e 43 siti Unesco. Il nostro stesso territorio flegreo è, aldilà di sterili rivendicazioni localistiche, uno dei contesti nazionali maggiormente pervaso di siti e presenze di alto livello e spessore in ordine ai settori archeologico e naturalistico, con peculiarità del tutto proprie.

Nonostante ciò, le statistiche riguardanti il ritorno economico degli assets culturali, per esempio, dei siti Unesco, mostra come negli Stati Uniti, con la metà dei siti rispetto all’Italia, ci sia un ritorno commerciale pari a 16 volte quello del Belpaese; gli assets culturali di Francia e Regno Unito rappresentano un valore aggiunto, cioè la misura dell’incremento lordo del valore risultante dall’attività economica in discussione, tra 4 e 7 volte il nostro, con la formazione di circa due punti percentuali di PIL in più derivanti dal settore specifico.

Sul ritorno economico derivante dagli assets della zona flegrea, è meglio stendere un velo pietoso. Le considerazioni fin qui svolte assumono un rilievo ulteriore guardando ai dati sull’occupazione. Nel “Rapporto sulle statistiche culturali” di Eurostat, emerge che nell’UE27, anno 2011 lavoravano nel settore culturale quasi 6,5 milioni di persone, pari al 3.3 % dell’occupazione totale, con un indotto generato di natura e quantità piuttosto significativo.

Una stima di massima quantifica i posti di lavoro creati nell’industria culturale in Italia, tra il 2007 ed il 2011, nella cifra di 70/75 mila unità: un buon segno che ci dice come e quanto lo sviluppo del nostro patrimonio culturale potrebbe contribuire alla creazione di occupazione.

Ne consegue che il lancio di un piano che individui ed organizzi le potenzialità territoriali al fine d’incentivare e sviluppare il settore culturale e turistico è ormai un’esigenza inderogabile, per dare nuovo slancio all’economia. Sia a livello di comunità nazionale che di singole realtà locali, quale la nostra. Intraprendere tale percorso significa dotarsi degli strumenti per avviare un sistema produttivo centrato sulla creatività e l’innovazione, e costruire una filiera tecnologicamente avanzata in grado di offrire servizi di qualità. Una efficiente gestione manageriale delle materie prime (patrimonio storico-archeologico ed ambientale) accompagnata ad un’adeguata attenzione al territorio attraverso il lancio di manifestazioni, quali festival, riproposizioni tradizionali o centri culturali, rappresenta la scintilla per far partire lo sviluppo di una vera e propria industria creativa con un suo indotto, in grado di dare fiato all’economia e che sappia rispondere alla domanda di lavoro crescente.

Diviene necessario individuare e coinvolgere i nuovi potenziali stakeholders, pubblici e privati, vale a dire i soggetti influenti nei confronti della particolare iniziativa economica di cui stiamo dicendo. Dove per “soggetti influenti” vanno identificati i proprietari dei beni, i finanziatori (settore pubblico, banche oppure azionisti vari), i clienti oppure utenti del bene, i collaboratori ed i lavoratori che vi possono operare, ma anche gruppi di interesse esterni, come residenti di aree interessate all’iniziativa, gruppi di interesse locali o associazioni o fondazioni, soggetti associativi di natura politica o sindacale.

Tutto quanto detto, provatelo ad applicare alla questione relativa alla valorizzazione ed alla gestione del Rione Terra. Una  ineludibile questione va affrontata: individuare quali indirizzi, principi, parametri, di valorizzazione e gestione dei beni culturali, in senso lato, e del bene “Rione Terra” in particolare, possano essere  analizzati ed utilizzati per un’attiva ed equilibrata politica di gestione e sviluppo.

Nel campo della gestione dei beni culturali sono presenti varie tipologie di strutture; esistono, infatti, strutture pubbliche sotto forma di enti pubblici (e sono in misura prevalente); esistono strutture di iniziativa privata e/o di iniziativa pubblica, sotto forma di fondazioni o associazioni culturali; esistono società o aziende speciali in mano ad enti locali e, infine, persino, strutture, per la verità molto rare, sotto forma di società di capitali.
Le tipologie fin’ora descritte, sia sotto il profilo dell’iniziativa, sia sotto il profilo giuridico e delle finalità più o meno di lucro, sono molto diverse e in qualche misura condizionano alcuni aspetti della gestione, come ad esempio la forma di bilancio, l’impostazione contabile, il regime fiscale, gli aspetti organizzativi delle varie risorse umane, ecc.

Ora, ciò che è importante sottolineare è che qualsiasi iniziativa perseguita nel campo dei beni culturali, a prescindere dalla categoria alla quale appartiene, deve comunque rispondere a criteri di economicità, efficienza ed efficacia, mentre i vari aspetti della gestione (marketing, organizzazione, gestione delle risorse umane, contabilità e bilancio, comunicazione, sistemi di controllo interno ed esterno, ecc.) devono, invece, sicuramente essere coniugati opportunamente tenendo ben presente le distinzioni caratteristiche richiamate.

Il compendio “Rione Terra”, nel suo iter progettuale di gestione e valorizzazione, non potrà prescindere da adattamenti legati alla peculiarità del bene, alla compresenza prossima futura di funzioni variegate e composite, quali quelle prospettate e progettate dagli strumenti urbanistici oggi vigenti, pur mantenendo sempre fermo il riferimento alla qualità di regime proprietario pubblico, tipico del bene in questione. Occorre tener ben presente la natura particolare del bene in questione: bene pubblico, di natura, contemporaneamente, di bene immobiliare puro, con spazi da concessionare per lo svolgimento di attività economiche, unita alla sua particolarità di bene archeologico – architettonico, da porre alla fruizione ed alla visione degli utenti possibili ed auspicabili.

Natura e funzioni diverse, che vanno integrate, e governate, con la massima attenzione alla trasparenza, e pensiamo alle concessioni da porre in essere, congiuntamente con la ricerca del maggior coinvolgimento possibile della comunità flegrea tutta circa le scelte da effettuare, con forme di governo partecipato, in ordine a problematiche strategiche e/o congiunturali che si porranno nella gestione e nella valorizzazione del compendio. Sono convinto che queste problematiche siano già all’attenzione dell’odierno governo della città, e che le esigenze richiamate sono già al vaglio ed all’attenzione dell’ente.

E sono altresì convinto che ogni ipotesi di conferimento unico e generalizzato, con bando concessorio pluriennale ad un unico soggetto sia da considerarsi una ipotesi da non perseguire, in quanto anti-economica, ed in contrasto con la natura stessa del bene. Bene, giova ricordarlo, della città tutta, formatosi mediante e nella storia sociale, economica, politica e culturale della nostra comunità e di ogni singolo suo componente. Non pensiamo di esagerare definendo una possibile, ancorché azzardata, concessione ad un unico soggetto una espropriazione all’inverso: dal pubblico, dalla città, ad un singolo. Soprattutto se l’intera operazione viene concepita tenendo in primo, ed esclusivo, piano solo la natura del bene quale possibile soggetto economico nel settore alberghiero-ristorativo. E’, sarebbe, una visione miope e riduttiva del Rione Terra, foriera di scelte sbagliate e non economicamente sostenibili. Ma non esitiamo a pensare che tale ipotesi non sia in campo.

Chi scrive è ragionevolmente convinto, stante tutto quanto detto,  della necessità, pregiudiziale ed ineludibile, di una scelta: un’approfondita analisi delle opportunità e degli spazi applicativi, riguardo il possibile strumento gestionale del bene Rione Terra, dell’istituto generalmente definito in dottrina quale “Fondazione individuata dalla prassi”, ovvero quella tipologia di fondazione che, pur trovando legittimazione e regole di funzionamento nella disciplina generale del Codice civile, ne ha interpretato in senso innovativo il contenuto, dando sostanzialmente luogo a fondazioni “atipiche” rispetto al modello classico (e consolidato). Tra queste, due sembrano essere le principali, ovvero la Fondazione di Partecipazione e la Fondazione Comunitaria (Community Foundation). Nello specifico, al modello della Fondazione di Partecipazione sembrerebbero oggi ricorrere sia il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (si veda, ad esempio, il caso della Fondazione Museo Egizio o della Fondazione Aquileia), sia gli Enti Locali per la valorizzazione del beni culturali di competenza, per la adattabilità che tale strumento gestionale presenta riguardo il settore della gestione del patrimonio culturale.

La Fondazione di Partecipazione è, quindi, un istituto giuridico di diritto privato, che costituisce il nuovo modello italiano di gestione di iniziative nel campo culturale e non profit in genere. E’ un istituto senza scopo di lucro, al quale si può aderire apportando denaro, beni materiali o immateriali, professionalità o servizi.

Sarebbe questo, il primo passo da effettuare, per poi giungere alle scelte susseguenti, in ordine, per esempio, a bandi o contratti, per poter ragionevolmente affrontare le stesse nel segno della trasparenza massima e di un coinvolgimento vero della comunità flegrea. Nel settore della cultura, infatti, forse più che in ogni altro, il ricorso a fondazioni è sembrato nel tempo arricchirsi di significati e aspettative fino a qualche anno fa non dichiarati né immaginati: la costituzione di nuove fondazioni ha assunto nel tempo una valenza innovativa, riscuotendo un consenso sostanzialmente unanime, anche quando gli obiettivi di efficienza ed efficacia, necessari ed attesi, non paiono, ancora oggi, essere l’obiettivo ultimo perseguito e perseguibile dalle strutture a cui faccio riferimento.
Si spiega così la nascita ed il consolidarsi quasi di una “moda fondazionale”, che affida alla scelta della forma giuridica istituzionale la possibilità di innovare la gestione dei beni e delle attività culturali, pur tenendo sempre ben presente la necessità di intervenire su aspetti inerenti alle variabili interne del sistema organizzativo aziendale dei singoli istituti.

In sintesi, la Fondazione di Partecipazione è quasi un nuovo strumento giuridico, particolarmente utile per attuare un efficace quadro operativo che vede la compresenza e la compartecipazione tra pubblico e privato. Essa, infatti, si caratterizza soprattutto in quanto:

•  è costituita da un patrimonio di destinazione, a struttura aperta, laddove esso è costituito dal fondo di dotazione, cioè dai conferimenti in denaro o beni mobili ed immobili, o altre utilità impiegabili per il perseguimento degli scopi, effettuati dai Fondatori, Partecipanti e Sostenitori, dai beni mobili ed immobili che perverranno a qualsiasi titolo alla Fondazione, compresi quelli acquistati, da contributi dello Stato o da enti territoriali, dalle elargizioni fatte da enti o da privati con espressa destinazione ad incremento del patrimonio;
•  l’atto costitutivo è un contratto plurilaterale con comunione di scopo, che può ricevere l’adesione di altre, nuove, subentranti parti, oltre quelle originariamente costituitesi;
•  la struttura aperta consente la variazione del numero dei contraenti, senza rendere necessaria alcuna modifica della originaria struttura del contratto determinato;
•  possono fare parte di una Fondazione di Partecipazione Stato, regioni, enti pubblici e privati, enti religiosi, con il diritto di nominare i loro rappresentanti nel Consiglio di Amministrazione, secondo le indicazioni dello statuto redatto nel momento costitutivo;
•  l’ingresso di nuove parti è garantito dalla clausola di adesione, o apertura, la quale può implicare il controllo di determinate condizioni di ammissibilità (prima determinate nel contratto);
•  all’attività della Fondazione possono aderire altri soggetti in qualità di Partecipanti, in quanto contribuiscono in modo determinante alla sopravvivenza dell’Ente mediante il versamento di somme di denaro, prestazioni di lavoro volontario o attraverso la donazione di beni materiali e immateriali, quali prestazioni d’opera o attività lavorative varie;
•  inoltre, l’assetto patrimoniale della Fondazione di Partecipazione è costituito oltre che da un fondo patrimoniale (intangibile e comprensivo del fondo di dotazione), da un fondo di gestione per l’attività, costituito dalle rendite e dai proventi derivanti dal patrimonio, dalle donazioni o disposizioni testamentarie che non siano espressamente destinate al Fondo di dotazione, dai contributi volontari dei Fondatori, Partecipanti e Sostenitori, dai ricavi delle attività istituzionali, accessorie, strumentali e connesse ( fra le attività strumentali, accessorie e connesse per il raggiungimento dei suoi scopi la fondazione può inserire nello Statuto la amministrazione e gestione dei beni posseduti, la partecipazione, sempre in via accessoria e strumentale a società di persone e/o di capitali, ecc.)

Sotto il profilo della struttura di governo, la Fondazione di Partecipazione (come ovvia conseguenza di quanto appena rilevato) mostra sostanziali differenze da una fondazione “classica” di diritto civile, essendovi generalmente previste tre distinte categorie di soci: i Fondatori, i Partecipanti o Aderenti ed i Sostenitori. I soci Fondatori, che possono essere enti pubblici, enti religiosi, privati, aziende o enti finanziatori, contribuiscono, in modo sostanziale e con i mezzi necessari, agli scopi della fondazione e si riuniscono sia in Consiglio Generale che in Consiglio di Amministrazione. I soci Aderenti collaborano con somme di denaro, con donazioni di beni o attraverso la prestazione di lavoro volontario. Partecipano anch’essi al Consiglio di Amministrazione e si riuniscono nell’Assemblea di Partecipazione, che fornisce parere consultivo sui bilanci e formula proposte di programmazione. Insomma, un organo nuovo ed innovativo, vera camera di compensazione tra l’attività della Fondazione tout court e le esigenze della comunità.

Come già anticipato, quindi, oltre agli organi tradizionali del modello fondazionale (Consiglio Generale, Consiglio di Amministrazione e Collegio dei Revisori), nella Fondazione di partecipazione sarebbero presenti (presenza possibile e non obbligatoria) ulteriori organi, che nel caso in esame sarebbero maggiormente rispondenti alle esigenze, sicuramente sentite quali ineludibili dall’amministrazione comunale oggi in carica, di partecipazione del tessuto associativo e relazionale in senso lato della nostra città.

Compiti precisi ed ineludibili della nascente Fondazione “Rione Terra” dovranno essere quelli riguardanti i riflessi sulla natura dei compiti e sul livello dei risultati richiesti al sistema organizzativo di cui la struttura dovrà dotarsi, influendo alternativamente o contemporaneamente sia le caratteristiche delle persone che dovranno operare al suo interno (variabili individuali); sia l’insieme delle relazioni comunitarie,più generali ed interpersonali, che si manifesteranno nell’ambito del sistema organizzativo (variabili sociali); sia le modalità operative di svolgimento delle attività (variabili tecniche); sia, infine, le finalità istituzionali e la corrispondente struttura del soggetto economico che verrà posto in essere, dell’azienda-fondazione (variabili istituzionali).

L’azienda Fondazione sarà quindi chiamata ad avviare un dialogo permanente con i propri stakeholders, così come richiamato in precedenza, ed a basare su questo i propri sistemi di management, dando avvio ad importanti innovazioni di processo o di prodotto, che siano in grado, per questo, di compiere un vero e proprio salto di qualità nel governo e nella gestione dei beni e servizi gestiti.

Infine, un’ultima considerazione: le questioni che ho cercato analizzare, ragionare, e sulle quali avanzo proposte, sono considerazioni di un qualsiasi cittadino flegreo, aldilà delle pur necessarie tecnicità che il problema richiede, ed intendono aprire un possibile, auspicabile, confronto pubblico circa le scelte ineludibili che la nostra comunità, ed il governo cittadino che abbiamo scelto, dovranno porre in essere nel futuro prossimo venturo circa uno dei nostri beni più rilevanti ed amati, quale sicuramente è il Rione Terra.

GIACOMO BANDIERA