POZZUOLI – Pestaggi, minacce, ritorsioni. Violenze che per anni hanno visto protagonisti i Longobardi, i Beneduce e i Ferro, a più riprese in guerra tra loro per il controllo dei parcheggi abusivi a Pozzuoli. A fare gola erano soprattutto le aree all’esterno dei locali della movida in via Campana e via Campi Flegrei: discoteche, bar e caffetterie che ancora oggi, dopo l’operazione Iron Men del 2016, vedono personaggi legati ai Longobardi e Beneduce “estorcere” denaro agli automobilisti. In uno degli ultimi interrogatori il boss pentito Antonio Ferro racconta due episodi che hanno avuto come protagonisti i figli del capo clan Gaetano Beneduce e la moglie e la figlia dell’altro boss Gennaro Longobardi. Dichiarazioni -è doveroso precisare – che rappresentano una ricostruzione di parte agli atti del processo anti camorra Iron Men e che al momento vedono gli accusati estranei ai fatti.

I CUGINI – E proprio i cugini, con i quali spesso i fratelli Ferro hanno avuto forti tensioni, avevano messo le mani sul business dei parcheggi abusivi «Beneduce Massimo, figlio di mio zio Gaetano, si occupava prevalentemente di droga e di estorsioni al Toiano con i fratelli, nel periodo in cui ho retto il clan. Ha gestito vari parcheggi abusivi, insieme al cognato Carmine, genero di mio zio Gaetano. Avevano diversi parcheggi, uno a via Campana, vicino al ristorante Casale e  il Navidad. Mettevano i ragazzi loro a lavorare e poi Massimo Beneduce e Carmine si prendevano i soldi. Noi però non prendevamo soldi da questa gestione di Massimo e Carmine….Con i fratelli Beneduce sono nate parecchie questioni, soprattutto con il fratello Emanuele in quanto erano ingestibili e varie volte insieme a mio fratello decidevamo di rappacificarci solo per il bene della famiglia.» Un primo episodio che poi incrinerà i rapporti tra i Ferro e i Beneduce dando vita a una serie di linciaggi nei confronti di uno dei figli del boss Gaetano e che vedrà protagonista proprio il pentito.

MOGLIE E FIGLIA DEL BOSS – Gli scontri sui parcheggi abusivi interessarono anche la moglie e la figlia di Gennaro Longobardi che in un’occasione -stando al racconto del pentito- si rivolsero a lui per cacciare una parcheggiatrice, moglie di Riccio Carmine detto “Peppe Faccia verde” «Noi del clan non avevamo alcun interesse a cacciare dal parcheggio la moglie di un carcerato con il quale io avevo anche un buon rapporto, ma Concetta, la moglie di Longobardi Gennaro, e Tiziana, la moglie di Gennarino Scimità, dopo essere andate autonomamente a minacciare Antonella di lasciare quel parcheggio, poiché la donna non aveva alcuna intenzione di andarsene, decisero di rivolgersi a mio fratello Andrea che diede incarico ai nostri uomini di andare a minacciarla.» -FINE PRIMA PARTE