Le canne di bambù montate a protezione delle Dune

Chiuse le dune di Licola, vietato l’accesso. La Regione ci riprova, dopo quattro mesi, a sbarrare la strada a cavali e motociclette. Prima un cartello che ne vietava l’accesso, poi un nastro per interdire l’area e ora un muro di canne di bambù ad accompagnare l’intero perimetro lungo il quale si estendono le tipiche dune della macchia mediterranea. Prima i cavalli dei vicini maneggi che scorazzavano sulla sabbia, poi le corse clandestine dei veicoli da motocross hanno spinto le autorità regionali, dopo le denunce e segnalazioni da parte di Lega Ambiente e Verdi, a delimitare l’intera area.   La zona ora è off-limits anche per chi vorrebbe semplicemente fare una passeggiata e camminare sulle dune del tratto di spiaggia libera che da Licola mare si estende fino a Torregaveta. L’ingresso qui è a qualche decina di metri dalla stazione della cumana di Marina di Licola, in via Sibilla, dove termina l’ultimo dei tanti lidi balneari privati.

LA REGIONE CI AVEVA GIA’ PROVATO – Lo scorso febbraio quel cartello “Vietato l’accesso”, logo,  intestazione e la scritta “Assessorato Agricoltura Foreste, Caccia e Pesca della Regione Campania, Foresta  Regionale Area Flegrea e Monte di Cuma Demanio Regionale”. Nessuno ora può accedervi, un percorso obbligato permetterà solo di entrare e passeggiare sulla battigia ma non di salire sulle dune. Il loro perimetro chiuso dalle canne di bambù, un sistema di protezione eco-compatibile con il paesaggio. Oggi rovinato dalle ruote delle monoposto e dagli zoccoli dei cavalli che nel corso degli anni hanno lasciato segni indelebili sulla superficie delle dune, provocando la distruzione della sua particolare vegetazione.

L'ingresso alla spiaggia

TERRA DI NESSUNO – Devastazione, scempio,  ai danni di “terra” si aggiungono quelli del mare, dove dalla foce sgorgano i liquami “depurati” provenienti dai depuratori di Cuma-Licola. Scorrono lungo un canale che li convoglia in mare dove appena sfociati, si vanno a scontrare contro su una sorta di cupolone, che divarica il flusso fognario in due parti. L’acqua è un misto tra il marrone e il grigio, puzza intorno l’aria è pesante. I rifiuti abbondano in ogni angolo, sull’arenile, carcasse di animali in decomposizione, nei canali che dalla campagna arrivano a sfociare in mare. La foresta e la spiaggia sono gestite dagli idraulici della forestale, dipendenti della Regione, il cui ruolo è circoscritto alla manutenzione, di notte è “terra di nessuno”. Terra di prostituzione femminile e maschile, di drogati. A poche decine di metri lo scorso 16 dicembre fu trovato il corpo senza vita di un uomo, era un affiliato al clan Puca di Sant’Antimo, il suo corpo in avanzato stato di decomposizione con al testa avvolta in una busta. In questo meraviglioso parco naturale quell’uomo sarebbe stato giustiziato.