QUARTO – Erbacce dove una volta c’erano fiori, polvere e calcinacci a coprire marmi splendenti, mobili accatastati lì dove regnava l’ordine: quello imposto da Roberto Perrone. Non solo nella città della quale doveva curare ogni aspetto criminale per conto del clan Polverino, ma anche a casa sua. Una splendida villa arroccata in collina; pochi metri più giù quella abitata dal cognato Castrese Paragliola. Entrambe le residenze, dopo essere state confiscate dalla magistratura, sono ora proprietà del Comune.

OPULENZA E POTERE – Nel tempo, la maggior parte dei lussuosi arredi sono finiti all’asta. In giro resta poco, ma più che sufficiente per cercare di ricostruire il quotidiano del boss e braccio destro di Giuseppe Polverino poi diventato collaboratore di giustizia. Ovunque tracce di opulenza e potere, con porte e mobili di legno di ottimo pregio. Difficile riuscire a contare tutte le stanze, i bagni. In quello che appare come un piccolo ufficio c’è una calcolatrice, di quelle commerciali. Chissà quanti conti, calcolando tra costi e ricavi di ogni attività di famiglia. Da quelle lecite a quelle illecite, con queste ultime che hanno portato alla condanna del proprietario di casa e alla confisca della sua villa hollywoodiana.

DESTINO SCRITTO NEL NOME – Di fianco la calcolatrice un libro sulle armi “da fuoco e tiro per difesa personale”. Ma ciò che colpisce maggiormente è una targa araldica, con tanto di storia dei Perrone. E pare che tanto del destino del boss pentito fosse stato in qualche modo già scritto proprio nel suo nome. «La conferma della dimora certa della famiglia Perrone in Messina – si legge sulla targa – viene quindi a confermare come ci si trovi di fronte ad un casato che seppe legittimamente innalzare per diritto la propria arme al rango di Baroni». Sicilia e baroni, due elementi più che presenti nella vita criminale del boss: in Sicilia, ed in particolare nel carcere palermitano dell’Ucciardone, Roberto Perrone avrebbe trascorso diversi anni; il “barone” è invece il soprannome del superboss Giuseppe Polverino, di cui è stato il braccio destro.

SUMMIT E CENE “INTERROTTE” – Si scende un po’ più giù e ci si imbatte in una palestra attrezzata di tutto punto. C’è anche un tavolo da ping pong. Ci si divertiva anche a Villa Perrone, si chiacchierava tra pezzi importanti del clan. E si cenava anche con loro, come quella volta che ad interrompere il tutto tra una portata e l’altra ci pensarono i carabinieri. Entrarono intorno alle 23, “facilitati” anche dal fatto che il cancello principale fosse stato lasciato imprudentemente aperto. A tavola era seduto Salvatore Liccardi, alias “Pataniello”,ex autista del boss nel frattempo arrivato ai vertici dell’organizzazione criminale. Uscito da poco tempo dal carcere, Perrone era un sorvegliato speciale e di certo non poteva frequentare altri pregiudicati. Liccardi scappò via, per le campagne circostanti. A raccontare l’episodio fu lo stesso boss, inconsapevole di essere intercettato. Entrambi, Perrone e Liccardi, erano già stati arrestati assieme nel 2000 per estorsione. Undici anni dopo, la storia si sarebbe ripetuta.

IL PENTIMENTO – Era l’alba del 3 maggio di sei anni fa, quando i carabinieri e la Dda di Napoli assestarono un colpo definitivo ad un’intera generazione di capi e gregari del clan. Liccardi, pochi anni dopo, sarebbe stato condannato a 30 anni di carcere. Perrone, invece, decise di pentirsi. E raccontare vita, opere e crimini dell’intera malavita flegrea. Chissà se quel giorno avrà pensato di nascondersi in quella sorta di covo ricavato in un sottotetto di una delle due ville confiscate. Sarebbe sfuggito alle manette per vivere da latitante, ma quella splendida residenza di sicuro non l’avrebbe vissuta più. A viverla saranno altri, ora.