QUARTO – Ci sono anche le dichiarazioni del super pentito Roberto Perrone ad “inguaiare” gli imprenditori Aniello e Raffaele Cesaro – fratelli del deputato Luigi Cesaro – portati in carcere e accusati assieme ad altre persone, a vario titolo, di associazione esterna di stampo mafioso, riciclaggio, minacce, falsità materiale e ideologica commessa da pubblico ufficiale.

IL “SISTEMA” RACCONTATO DAL PENTITO – Così il collaboratore di giustizia Roberto Perrone, spiegando il “sistema” che esistesse dietro alla realizzazione del Pip, dopo un incontro a Quarto con il superboss Giuseppe Polverino: «Sapevo chiaramente che stavano realizzando il Pip Peppe Polverino ed i Cesaro anche perché dopo la mia scarcerazione il gruppo di affiliati da me gestito […] spesso commentavano in modo negativo il fatto che i Polverino “non si abbuffavano mai” cioè gestivano tutte le più grosse attività imprenditoriali escludendo gli altri affiliati. Nel dicembre del 2009 come vi ho detto in occasione di numerosi incontri con Peppe Polverino […] nella zona di Viticella, Peppe Polverino disse in mia presenza […]: “dici a Lello, riferito a Cesaro Raffaele”…perché di quello stavamo parlando… “ che a Natale non fa lo scemo e ci viene a portare l’impegno preso, digli che ci deve portare il milione di euro”. In quella stessa circostanza, poiché stavamo parlando del Pip di Marano e di quello che si stava realizzando, Peppe chiese pure […] se i capannoni si stavano vendendo. Il Pip infatti prevedeva la realizzazione di diversi capannoni industriali. A quella domanda […] rispose che li stavano vendendo ma che “stavano facendo carte false” nel senso che vi erano degli ostacoli amministrativi a vendere tali capannoni. Non capii bene quale erano tali ostacoli ma […] precisò che stavano superando questi ostacoli amministrativi – chiaramente a modo loro – e stavano vendendo».

GARA TRUCCATA – Perrone poi spiega  anche come i Cesaro fossero riusciti a vincere l’appalto: «i Cesaro senza il suo aiuto (di Giuseppe Polverino, ndr) non avrebbero mai vinto l’appalto . . .non avrebbero mai vinto l’appalto, che invece . . .avevano vinto perchè avevano manipolato la gara». Come? Facendo escludere un’altra ditta edile.

SINDACO COSTRETTO MODIFICARE IL PIANO REGOLATORE – Al centro il mega-affare per la realizzazione del Piano di insediamento produttivo di Marano: ben 40 milioni sul piatto. Secondo le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, l’affare sarebbe stato portato avanti grazie all’ingerenza del clan Polverino, di cui Roberto Perrone è stato a lungo uno dei personaggi chiave e braccio destro del boss Giuseppe Polverino, prima di pentirsi nel 2011. La “gola profonda” del clan, dunque, ha permesso di ricostruire cosa ci fosse dietro la grande opera pubblica.

MINACCE AI PROPRIETARI TERRIERI – Secondo l’Antimafia, sarebbe stato imposto all’ex sindaco di Marano una variante al Piano regolatore della città; gli studi di fattibilità e gli atti della gara d’appalto sarebbero stati affidati a professionisti di fiducia del clan, utile all’assegnazione dell’appalto ai fratelli Cesaro; i proprietari dei terreni da espropriare sarebbe stati addirittura minacciati per non creare troppi problemi con ricorsi che avrebbero rallentato l’opera; ad altri professionisti la funzione di redigere false certificazioni inerenti anche i collaudi per un’opera che in realtà sarebbe stata realizzata in pessimo modo ed inoltre sarebbero state affidate a ditte dei Polverino opere di sbancamento dei terreni.

SEQUESTRATI BENI PER 70 MLN – Secondo il Procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, l’attività di indagine «ha consentito dì accertare, inoltre, come il citato Piano d’insediamento Produttivo del Comune di Marano, realizzato dai fratelli Aniello e Raffaele Cesaro in piena sinergia con il clan camorristico Polverino, sia stato finanziato da ingenti somme di denaro frutto di traffici illeciti direttamente riferibili al capo clan Polverino Giuseppe, attualmente detenuto ai regime del 41 bis, ed impiegate nelle varie fasi del progetto. In tale quadro, è accertato altresì come l’imponente attività di riciclaggio sia stata condotta anche mediante investimenti speculativi in compiessi immobiliari di tipo residenziale, realizzati attraverso le imprese dei cugini maranesi Di Guida Antonio e Di Guida Pasquale, anche con la partecipazione dell’ingegnere Glannella Oliviero, che hanno di fatto garantito la fittizia intestazione degli immobili alle società costruttrici, schermando la reale titolarità degli stessi in capo agli esponenti del clan Polverino». Sequestrati, infine, beni per ben 70 milioni di euro.