POZZUOLI – Settantacinque milioni di lire da pagare tre volte l’anno. A tanto ammontava il pizzo che i “puzzolani” chiesero ai titolari di “Villa delle Ninfe”, soldi da pagare in tre rate. Una richiesta che poi diminuì del 50% grazie all’intervento di Antonio Lo Russo, figlio di “Totore”. Fatti che risalgono a oltre 15 anni fa ma che mettono in risalto due cose: la forza del clan Longobardi sul territorio flegreo e i rapporti che i Potenza avevano con i “capitoni”. E’ quanto emerge dagli atti dell’inchiesta che hanno portato al maxi sequestro di 20 miliioni di euro nei confronti della famiglia Potenza.

L’INTERCETTAZIONE – In un’intercettazione Mario Potenza racconta della clamore che il ristorante aveva avuto negli ambienti della criminalità e delle richieste estorsive da parte dei Longobardi chiamati i “puzzolani” che pretendevano 75 milioni di lire come pizzo. Di fronte a questa richiesta Potenza si avvalse dell’intervento del “capitone”, raccontando che in quell’occasione conobbe “Tonino”, il figlio di “Totore”, il quale intercedette con gli estorsori proprio in ragione dell’amicizia con Bruno. “…Perchè, quando si mangia bene, tutto Secondigliano, Marano, Qualiano, Giugliano, il Rione Traiano, Avella…allora tu hai a che fare con tutta questa gente, chiudi qualche volta e…-diceva Mario Potenza ai suoi interlocutori – E ti dico una cosa: io una volta me lo trovai…sono con i Longobardi e con i puzzolani. Andavano trovando 75 milioni al mese….Ah no, tre volte l’anno…Pasqua, Natale e Ferragosto”

IL RACCONTO – Fatti confermati anche dal collaboratore di giustizia Francesco De Felice il quale raccontò di essersi recato di persona al Villa delle Ninfe, che conosceva come ristorante gestito dal figlio di “Chiacchierone” (Mario Potenza) e di aver incontrato il titolare che gli si presentò come “Maurizio” il quale gli disse di essere socio del “capitone”. Una maxi estorsione che fu dimezzata grande alla conoscenza con il boss della camorra napoletana.