Vera De Mari

POZZUOLI – A poco più di due mesi dal pronunciamento della Corte di Cassazione con il quale, di fatto, erano state confermate le condanne d’Appello per Vera De Mari ed altri, accusati a vario titolo di estorsione e usura, reati aggravati dal metodo mafioso e in alcuni casi dal vincolo associativo, sono state rese note le motivazione di quella sentenza. Tra i punti contestati al giudice di secondo grado, ci sono le dichiarazioni di alcune parti offese, ritenute dagli appellanti non attendibili e che non troverebbero riscontro nelle intercettazioni telefoniche finite nell’ordinanza di  custodia cautelare che nel 2013 vide finire in manette la stessa De Mari ed altre sei persone.

Antonio De Simone

LE ALTRE CONTESTAZIONI – Nelle 25 pagine di sentenza, inoltre, vengono contestate dai ricorrenti anche le successive dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia – come Ciro De Felice e Antonio Di Roberto – che non erano state prese in considerazione nel primo processo, quello celebrato con rito abbreviato e che aveva visto cadere l’aggravante del metodo mafioso. Contestata anche l’associazione a delinquere, laddove i condannati avevano cercato di dimostrare di aver agito in proprio. Persino i tassi di interesse praticati sono finiti oggetto del ricorso in Cassazione, ritenuti dagli appellanti per nulla usurari se “spalmati” su periodi di tempo più lunghi (il 10 per cento in luogo del 30, così come sostenuto dall’accusa). Vani anche i tentativi di far ritenere nulle le intercettazioni ambientali, finite anch’esse nell’articolato castello accusatorio.

AGGRAVANTE MAFIOSA – Per quanto riguarda l’aggravante mafiosa, nel dispositivo si legge: «In questo caso la Corte d’appello ha ribaltato il giudizio del Gup che aveva escluso l’aggravante in parola con una motivazione rafforzata che dà atto dell’insufficiente valutazione degli elementi istruttori esaminati dal Gup e fornisce una valutazione analitica di tutti gli elementi di contesto che giustificano la contestazione dell’aggravante di cui all’art. 7 sotto il duplice profilo del metodo mafioso e della finalità di agevolare il gruppo camorristico operante nel territorio di Pozzuoli, di cui notoriamente faceva parte De Simone Umberto, legato da un rapporto di parentela con la famiglia De Mari».

LA MINACCIA – In un altro dei passaggi della sentenza, riguardante in particolare Gustavo De Mari, i giudici scrivono: «le conclusioni assolutorie cui è pervenuto il primo giudice sono state correttamente ribaltate dalla Corte d’appello con una motivazione rafforzata che ha assolto all’obbligo di dimostrare specificamente l’insostenibilità sul piano logico e giuridico degli argomenti della sentenza di primo grado, dimostrando pienamente come la condotta, descritta dalla persona offesa, integrasse gli estremi dell’elemento oggettivo della minaccia e come De Mari Gustavo fosse pienamente consapevole che […] era gravato dal peso di interessi usurari».

LE CONDANNE DEFINITIVE – Queste le condanne in Appello confermate poi in Cassazione: per Vera De Mari 9 anni e 8 mesi oltre a 10mila euro di multa; per Silvio De Mari 9 anni e 8 mesi oltre a 10mila euro di multa; per Gennaro De Simone 8 anni e 6800 euro di multa; per Gustavo De Mari 4 anni e 4 mesi oltre a 4mila euro di multa; per Benedetta Pezzini 5 anni e 4 mesi oltre a 1100 euro di multa; per Antonio De Simone 6 anni e 2 mesi oltre a 5600 euro di multa; per Emanuela De Mari 6 anni e 8 mesi oltre a 5600 euro di multa.