POZZUOLI – E’ rimasto in silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere, il boss di Pozzuoli Gennaro Longobardi, interrogato questa mattina dal Gip della 24esima sezione del Tribunale di Napoli, che ha convalidato l’arresto. Il capoclan pertanto resta rinchiuso nel carcere di Secondigliano con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Smentite le voci che si erano rincorse durante la giornata nel quartiere di Monterusciello che volevano il boss scarcerato clamorosamente dopo appena 24 ore. Longobardi ha trascorso la sua prima notte in una cella dopo 321 giorni di libertà, trascorsi da “sorvegliato speciale”. Insieme a lui, all’alba di giovedì, è finito in manette anche il genero-braccio destro Gennaro Amirante, alias “Gennarino Scimità” in seguito a un decreto di fermo emesso dalla DDA di Napoli ed eseguito dai carabinieri del Nucleo Operativo di Pozzuoli e del Nucleo Investigativo di Napoli.

ALTRI DUE INDAGATI – Nell’inchiesta, insieme a Longobardi e Amirante, sono finite altre due persone, nei confronti delle quali non è stata emessa alcuna misura cautelare. Nelle mire del capoclan era finito un noto ristorante di Pozzuoli a cui voleva estorcere 1.500 euro al mese attraverso una fornitura di frutti di mare. Fornitura e consegna che avrebbe dovuto effettuare Amirante, facendo pagare alla vittima i prodotti a costi esorbitanti e fuori mercato. Il boss, presentandosi di persona al titolare del noto ristorante, aveva raccomandato il genero che da quel momento, con insistenza, si era recato più volte al locale portando merce in quantità superiori alle esigenze del “cliente”. Un’estorsione da 18mila euro l’anno “mascherata” attraverso una fornitura a cui si è ribellato il titolare del ristorante che ha denunciato dando il via alle indagini che in poche settimane ha portato all’arresto del boss e del suo braccio destro.